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Creativi Anonimi

CREATIVI ANONIMI

Si parla tanto e spesso di lavori creativi, e forse è bene fermarsi e fare il punto della situazione.
Sì, perché la creatività non è soltanto una qualità individuale, ma si colloca in un determinato momento storico, assumendo valore e significato anche in base alla cultura che la nutre.

Le trasformazioni della società, del mondo del lavoro, e l’avvento del web hanno sovvertito qualsiasi schema. Praticamente tutti, oggi, hanno una cultura visiva, seppur inconscia, dovuta al bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti. Gran parte di noi riesce a riconoscere il valore di un lavoro graficamente accattivante da uno approssimativo. Molti sanno usare programmi di grafica, ormai disponibili in minimali versioni freeware, cimentandosi nell’attività di “graphic designer per necessità”. Ad esempio GIMP offre una buona alternativa gratuita a Photoshop, Inkscape potrebbe invece sostituire Illustrator, e infine Blender per gli appassionati della terza dimensione, tutti compatibili con Windows, Mac OS X e Linux.

Allo stesso modo abbiamo a disposizione un universo vastissimo di fonti di ispirazione online.
In concreto?

I più conosciuti:
Pinterest;
Behance;

I più ricercati:
We graphics (completo di tutorial);
Mr-Cup in inglese ma partorito da un francese, che mette a disposizione articoli su identità visiva e grafica editoriale o riflessioni su lavori già svolti.
Designinspiration è un meraviglioso contenitore di idee che offre tanti spunti creativi, permettendo perfino una ricerca basata sul colore.

O ancora:
Smashing magazine attivo da parecchi anni, fornisce quotidianamente spunti, riflessioni e tutorial con una grafica semplice e immediata.
Noupe invece è un sito utilissimo e aggiornato che punta soprattutto a fornire indicazioni sulle risorse gratuite a disposizione di grafici e web designer;
Design Float, dove è possibile trovare un po’ di tutto, font gratuiti o a pagamento, immagini vettoriali, icone, insomma… utilissimo alleato per i vostri progetti.

Per quanto riguarda i font invece, meritano di essere tra i segnalibri:
– il conosciutissimo DaFont,
Friends of Type,
Typography daily utile anche per logo e altri progetti grafici
Typographic poster dedicato ai poster, che raccoglie nelle sue gallerie una serie di vere e proprie opere d’arte realizzate da grafici.

Per non parlare poi di Instagram, dove oltre ad imbattervi in un mare di selfie potrete anche seguire i professionisti della Visual Communication, dai grafici agli illustratori. Wired ha stilato un elenco dei 50 profili imperdibili.

Ma cosa succede una volta arrivati ad un livello leggermente più alto? Nel momento in cui irrompe la necessità di un lavoro ineccepibile e soprattutto originale? È lì che diventa assolutamente necessario affidarsi ad un professionista, senza improvvisazioni personali o del cugino grafico di turno.

Un esempio eclatante su tutti. Durante la Biennale di Istanbul 2015, tra tante opere d’arte sensazionali, installazioni, performance, a guadagnarsi un posto d’onore agli occhi dell’attento pubblico, già addestrato al riconoscimento del bello, è stato l’italianissimo studio grafico LeftLoft, che ha curato tutta l’immagine coordinata della rassegna, la scelta del colore, la guide book, il catalogo, e la fondamentale segnaletica dei percorsi.

Ma come riconosco un professionista?

Non tutti hanno la capacità di riuscire ad individuare, nella massa, le qualità che fanno al caso proprio, finendo per ritrovarsi confusi, in un mare di “creativi anonimi”. Tra questi, qualcuno sposa l’anonimato per scelta, in un’epoca in cui schiere di sconosciuti tentano di diventare famosi. C’è chi invece da questo anonimato vorrebbe uscire, ma non sa come.
La necessità di comunicarsi e riallacciare i rapporti con i non addetti ai lavori (ovvero la stragrande maggioranza dei clienti con cui avrete a che fare) diventa qui fondamentale. Ma vediamo come.

Anonimato per scelta, tra passato e presente

La storia è piena di artisti e creativi anonimi per scelta, a volte anche per necessità. Basti pensare alle donne che sceglievano uno pseudonimo per potersi cimentare nella scrittura ed essere credibili, senza incappare nel facile pregiudizio. Le prime a venire in mente sono le sorelle Bronte, che adottarono nomi maschili (Currer, Ellis e Acton Bell) affinché il loro lavoro potesse essere apprezzato in maniera genuina. Il primato sull’anonimato più longevo spetta però a Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole Donne. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, riuscì a pubblicare quattro romanzi dell’orrore, sotto lo pseudonimo A. M. Barnard, e fu smascherata solo negli anni Quaranta del Novecento, da alcuni studiosi che analizzarono le lettere che aveva indirizzato agli editori. Arriviamo al più recente caso dell’autrice Elena Ferrante, della quale ancora oggi, dopo anni di indagini e pedinamenti bancari, non si conosce l’identità.

Anche la street art conta esempi eclatanti di creativi anonimi, rimasti nell’oscurità inizialmente per estrema necessità, dovuta all’atto illegale. Successivamente, questo tipo di arte pubblica è stata quasi istituzionalizzata, le opere hanno invaso le città e le accuse di vandalismo si sono via via diradate. Artisti come il celeberrimo Banksy hanno scelto di rimanere nell’ombra quasi per legittima difesa. Celare l’artista per mettere in risalto l’opera, creando però allo stesso tempo un mito intorno a questa figura, che ne alimenta il successo. Nel momento in cui l’autore rimane sconosciuto, l’immaginazione e la curiosità crescono a dismisura.


Nel mondo della musica ritroviamo altri esempi illustri. I Daft Punk non si sono mai esibiti senza il loro inseparabile casco, mentre i Gorillaz si sono spinti oltre, essendo la prima band inesistente. I personaggi appaiono come dei cartoni animati e nel 2005, agli European Music Award di Lisbona, hanno perfino tenuto un concerto sotto forma di ologrammi.

Chi, invece, è a conoscenza del fatto che mostri sacri come Led Zeppelin, Rolling Stones, Eric Clapton, Van Halen siano accomunati da un personaggio di nome Andy Johns, ingegnere del suono e produttore? Dietro numerosissimi personaggi di fama mondiale si celano altrettanti creativi anonimi.

Il dato fondamentale però è sicuramente uno per tutti: per emergere c’è bisogno di opere che valgano, che parlino per il loro creatore, seppur anonimo.

Ma chi sono i creativi oggi?

Il mondo del lavoro è cambiato, certamente, ma la creatività diventa una dote sempre più importante, che la meccanizzazione o l’informatica non potranno mai sostituire; del resto, come dice Milton Glaser, tra i migliori graphic designer di tutti i tempi, “Il computer sta al design come un microonde sta alla cucina”.

Abbiamo bisogno di persone che riescano ad avere una visione del mondo diversa e soprattutto a trovare soluzioni alternative per interpretare e rileggere il presente. La creatività è diplomatica, non è più relegata ad un corporazione o ad un’élite e le possibilità si sono moltiplicate a dismisura. Il creativo di oggi è una persona sensibile agli stimoli, contemporaneo, dalla spiccata vivacità intellettuale, capace di mettere in connessione tra loro ambiti diversi del sapere, che sia transdisciplinare insomma, e che sappia rendere tutto questo visibile.

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Una delle tendenze attuali è quella di fare rete. Sempre più professionisti decidono di riunire le forze e creare team diversificati. Nascono start up innovative, associazioni di creativi, e il mondo del web ne ha accelerato i processi. Le idee collaborative potrebbero essere un supporto in questo mondo, dando vita a degli ecosistemi sostenibili, pronti a fornire le più disparate soluzioni. Ma anche in questo caso parliamo di creativi anonimi, di cui non emergeranno nomi e personalità.

Ma la creatività crea business? Insomma, ci si guadagna?

Altra delicata e spesso sottovalutata questione.
La gente è disposta a pagare per i lavori creativi, ma dipende anche da come riusciamo a comunicare l’importanza di ciò che facciamo, e soprattutto da come lo chiediamo.
Il lavoro intellettuale deve essere riconosciuto. Il lavoro creativo inoltre, ha applicazioni vastissime nei più svariati settori, e non può di certo essere improvvisato.

Il miglior modo per promuovere la propria azienda, oggi, è proprio quello di affidarsi ai creativi, in grado di fare la differenza e sorpassare la concorrenza, aumentando produttività ed efficienza. Adobe ha avviato una ricerca con Forrester Consulting per cercare di provare l’esistenza di un Dividendo Creativo, analizzando l’impatto della creatività sui risultati economici. Inutile dire che la risposta è positiva, con un benefico effetto sulle entrate rispetto alla concorrenza, oltre alla creazione di un ambiente lavorativo positivo e stimolante.
Ma nonostante i benefici effettivi, il 61% delle aziende non si definisce creativa.

Allo stesso tempo, emerge anche un altro dato interessante: l’importanza della creatività in azienda deve essere allevata e supportata da un leader che ne riconosca l’importanza, la promuova e la finanzi.

Un esempio che sicuramente vi farà sorridere. Tempo fa, Mikado, produttrice degli irresistibili bastoncini ricoperti di cioccolato, ha lanciato una campagna diventata poi virale con lo slogan “MIKADO, even if you shouldn’t” realizzata dall’agenzia Buzzman. E’ sempre bene accettare un innocuo pacchetto di Mikado? Riuscireste a resistere anche se le conseguenze fossero disastrose? Gli attori coinvolti hanno reso l’esperimento esilarante, e alla fine del video vengono riportati i risultati delle vendite, in cui notiamo il segno più.

Storigami, piattaforma di condivisione video, ha lanciato invece un sondaggio via Twitter, chiedendo ai videomakers che termine utilizzino nel momento in cui chiedono un compenso ai propri clienti, specie in casi di raccolte fondi. La parola più utilizzata è “supporto”, che da un lato implica una sensazione di partecipazione e condivisione del lavoro, dall’altro risulta quasi un goffo tentativo di essere pagati per il proprio operato, che non rende giustizia allo sforzo intellettuale che c’è dietro. Il web mette a disposizione piattaforme di crowdfunding, micro-pagamenti, una sorta di colletta, insomma. Soluzioni utili, ma che a volte ci rendono colpevoli della svalutazione del lavoro creativo.

Ogni anno a Memphis si svolge la Creative Works Conference; il cui motto è “BUILD WITH CONVINCTION”, costruire con sicurezza, con convinzione. Perché se il cliente ha bisogno di comprendere ragioni che a noi appaiono scontate, è compito del creativo trovare un linguaggio comune che permetta di relazionarsi, sottolineando l’importanza del lavoro intellettuale e l’apporto che ne può derivare in termini economici.

Coinvolgimento e chiarezza. Il creativo deve essere in grado, oggi, di far comprendere le sue ragioni, generando partecipazione nel cliente, che verrà guidato nel processo di elaborazione, sentendosene parte integrante e non semplice spettatore. Perché nel momento in cui affido la mia identità ad un’altra persona, che per giunta non mi conosce, è inevitabile la tentazione di intromettermi nel suo lavoro, specie se questo mi esclude da qualsiasi decisione. Il creativo non può e non deve imporre le sue scelte, sentendosi poi un incompreso nel momento in cui il lavoro viene rifiutato di netto. La soluzione quindi, è quella di formare sia i creativi che i clienti verso un percorso integrato, in cui le conoscenze e l’esperienza di un professionista facciano sentire il cliente al sicuro.

Comunicare e comunicarsi, quindi, per cominciare a mettere un piede fuori dall’anonimato!

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