Il Risveglio della motivazione

Hai mai voluto così tanto qualcosa da essere disposto a tutto pur di raggiungerla? Hai mai desiderato qualcosa così intensamente tanto da pensare che nessuno ti potesse fermare? Beh allora probabilmente in quelle occasioni eri veramente motivato.

Con questo articolo cercheremo di capire meglio cos’è la motivazione e come poterla utilizzare al meglio!

L’enciclopedia Treccani dice che in psicologia, “per motivazione si intende l’insieme dei bisogni, desideri, intenzioni che concorrono alla determinazione del comportamento e che conferiscono a quest’ultimo unità e significato” . Abraham Maslow – uno dei più famosi psicologici statunitensi , il teorico della motivazione, la considera come una vera e propria base del comportamento umano, Il motore di tutte le azioni di un individuo. La spiegazione ultima delle sue scelte, aspirazioni e coinvolgimenti più profondi.



I bastoni e le carote sono fuori moda

Della motivazione hanno parlato molti psicologici e specialisti di marketing, economia e business. Tra loro Daniel H. Pink – l’autore di libri rivoluzionari sui cambiamenti del lavoro. Per quanto riguarda la motivazione, il più importante – “Drive. La sorprendente verità su ciò che ci motiva nel lavoro e nella vita”.

Secondo l’autore del libro la società del XXI secolo può essere paragonata ad un computer che possiede nuovi sistemi operativi che lo fanno funzionare male o bene. Daniel H. Pink ha definito i seguenti sistemi operativi: Motivazione 1.0, centrato sulla sopravvivenza e il successivo Motivazione 2.0 che si basava soprattutto su ricompense e punizioni esterne.

L’ Autore del libro Drive… afferma che questi due sistemi andavano bene fino ad un certo punto, poiché i lavori di allora non avevano bisogno di altro. Oggi invece il XXI secolo necessita di un grande aggiornamento. Bisogna far diventare la motivazione più compatibile con i tempi moderni in cui viviamo e lavoriamo. Secondo questo libro una delle cause del cattivo andamento di alcune aziende risiede proprio in questa incapacità di evoluzione.

Considerare le ricompense esterne per raggiungere il proprio scopo comporta un problema, cioè il fatto che alcune persone sceglieranno il percorso più breve anche se questo significa lavorare in modo meno efficiente. Molte persone lavorano solo fino al punto che garantisce il premio – e non oltre. Le ricompense possono fornire un effetto di garantire l’energia a breve termine – come se fosse caffeina. Tuttavia, l’effetto perde forza – e risulta essere in grado anche di ridurre la motivazione a lungo termine della persona per continuare il progetto.

Secondo Daniel H.Pink i tradizionali bastoni e carote mostrano i sette difetti capitali:
1. Possono estinguere la motivazione intrinseca
2. Possono diminuire la performance
3. Possono bloccare la creatività
4. Possono “spiazzare” le buone azioni
5. Possono incoraggiare imbrogli, scorciatoie e comportamenti scorretti
6. Possono creare dipendenza
7. Possono favorire il pensiero a breve termine

Se non funzionano i bastoni e carote e le ricompense esterne… cosa ci motiva veramente?



Il nuovo approccio 3.0 e i suoi fondamenti

La maggior parte di noi è convinta che il modo migliore per motivare se stessi e gli altri siano i premi e la famosa filosofia di cui abbiamo già accennato. Questo è un errore, perché, misteriosamente, ciò che può far raggiungere elevate prestazioni e soddisfazioni – sia al lavoro che a scuola e a casa – è profondamente legato alla propria personalità, al bisogno umano di dirigere la propria vita, di imparare e di creare qualcosa di nuovo e migliorare il proprio comportamento verso l’altro. Questo nuovo approccio inventato da Daniel H. Pink si basa su tre elementi fondamentali:

Autonomia,
cioè il desiderio di controllare le nostre vite e autodeterminarci.
Un senso di autonomia ha un forte impatto sulla performance individuale e l’atteggiamento. Secondo studi del comportamento, la motivazione autonoma provoca una maggiore comprensione concettuale, una migliore qualità, produttività e stato psicofisico.

Padronanza,
cioè l’impulso a migliorare sempre di più in qualcosa che per noi è importante.
La sfida non deve essere facile ma nello stesso tempo non deve essere troppo difficile.
Deve collocarsi un po’ sopra le capacità attuali perciò sforza il corpo e la mente in modo che il proprio sforzo porti la migliore ricompensa e maggiore soddisfazione.

Scopo,
cioè il desiderio di appartenere a qualcosa di più grande di noi stessi.
Le persone lavorano in modo più efficace ed efficiente se conoscono lo scopo dell’attività che fanno. Questo contiene il valore più alto per motivarli interiormente.

Cos’altro? Oltre a questi elementi fondamentali della nuova teoria di Motivazione 3.0, nel libro troviamo i consigli da mettere in pratica. Ricordiamoci quindi di: definire i nostri obiettivi, rompere la monotonia, tenere a mente la padronanza, ricompensare nel modo giusto i nostri piccoli passi per possedere il successo.

Ricapitolandolo, come motivate i vostri collaboratori, figli, genitori, amici e anche voi stessi? Basta con il “bastone e carota”! È ora di cambiare! Portiamoci a livello 3.0!

Il CIGNO NERO, ovvero l’improbabile che governa le nostre vite

Avete mai sentito parlare del Cigno Nero?

Esiste una teoria estremamente interessante legata a questo affascinante animale : perennemente contemporanea, portatrice di spunti per riflettere su come affrontiamo la nostra vita aziendale (e perchè no, personale) su quanto siamo bravi nel redigere la nostra strategia e se davvero riusciamo a vedere e calcolare i rischi e le opportunità che ci capitano davanti, o ci cadono addosso.

A volte il caso ci si mette davanti, in genere presentandosi come un evento negativo che sconvolge i nostri piani; capita anche che sia un evento fortuito e positivo, invece, a farlo. La nostra intuizione, la capacità di osservazione, il nostro spirito acuto possono non farci trovare impreparati quando questo “Cigno Nero” si manifesta. Anzi, è possibile cogliere la portata di questo cambiamento e sfruttarlo a nostro beneficio, guardandolo come un’occasione piuttosto che un problema.



La Teoria del Cigno Nero

La Teoria del Cigno Nero è stata formulata in un saggio del 2007 da Nassim Nicholas Taleb, esperto di “scienze dell’incertezza”. Il saggio affronta in maniera estremamente pratica il forte impatto che alcuni avvenimenti rari ed imprevedibili hanno sull’uomo e sulla sua storia, e sulla tendenza tutta umana di trovare giustificazioni a posteriori di questi eventi.

L’espressione Cigno Nero viene da un tempo remoto, dal poeta latino Giovenale che la utilizzò per parlare di un fatto raro, quasi del tutto impossibile ( si parlava di fedeltà femminile ), metafora poi utilizzata nelle discussioni filosofiche dei periodi successivi, basati sulla convinzione che tutti i cigni fossero bianchi. Tutto questo fino a quando un giorno sbucò in Australia una nuova specie di cigno dal bruno piumaggio.

E qui si apre un’immensa disquisizione. Il primo limite alla nostra fragile conoscenza è proprio l’esperienza, ed il fatto che il nostro apprendimento sia basato sulla nostra limitata osservazione.
Il fatto di aver visto fino ad oggi lo stesso cigno, può autorizzarci ad affermare che non ne esistano altri? Il fatto di aver svolto esattamente le stesse azioni ogni giorno, ci autorizza a dire che questo sia il percorso migliore?

Molti filosofi si sono interrogati su questo tipo di problemi, sulla natura del ragionamento induttivo e deduttivo, sulle relazioni di causa effetto. La verità è che l’essere umano è cieco alla casualità, specie se si tratta di grandi deviazioni. Sì, perché interpretiamo qualsiasi evento imprevisto come una deviazione del nostro normale percorso quotidiano.

Non siamo programmati per i cigni neri, per cui interpretiamo secondo i nostri schemi ricorrenti gli eventi, e ci inventiamo di sana pianta una serie di meccanismi per eliminarli. Sentiamo la necessità di razionalizzare gli eventi, inventandoci dei nessi causali a posteriori che non trovano riscontro nella realtà. Il nostro cervello è portato a formulare interpretazioni, ed è per questo che nel momento in cui non riesce a spiegarsi qualcosa provvede ad “inventare” delle prove e delle giustificazioni. Il classico.. COL SENNO DI POI .

La nostra mente legge la realtà attraverso degli schemi ideali, da cui stentiamo ad uscire. Questa fiducia nella regolarità serve a noi per rassicurarci, e per avere l’illusione che tutto sia sotto controllo.



FINO A PROVA CONTRARIA

Tutto questo impianto razionalistico può essere smontato da un solo, piccolo, minuscolo , imprevisto. Un evento che nessuno si aspettava, che cambia le nostre sorti, e modifica il percorso in maniera irreversibile. Si tratta di un evento isolato, fuori dalle aspettative e dall’enorme impatto, che sconvolge le carte in tavola. Un episodio isolato che si colloca esattamente al centro tra ciò che diamo per scontato e ciò che ignoriamo completamente.

L’11 Settembre 2001 è forse il primo esempio che viene in mente a tutti. Una data basta per far emergere in ognuno di noi delle immagini. La storia è cambiata a partire da quel giorno. L’economia mondiale ha subito una deviazione, la percezione dell’altro anche. Potremmo definire un cigno nero anche l’ascesa di Trump alla Casa Bianca. Chi avrebbe previsto questo evento paradossale qualche anno fa?

Ma la storia è piena di eventi casuali che ne hanno modificato il corso, in tutti i settori. Se Henri de Toulouse Lautrec non avesse incontrato Louise Weber, detta la Goulue, oggi forse non avremmo il Can Can. Se Aron Hector Schmitz non avesse incontrato James Joyce oggi forse non avremmo Italo Svevo. Se Alexander Fleming non avesse lasciato scoperta una capsula Petri di Stafilococco oggi forse non avremmo la penicillina.

Gli eventi possono essere catastrofici o positivi, così come avere dei risvolti positivi o disastrosi. C’è una leggenda, ad esempio, intorno alla nascita della celebre fabbrica di tabacco Lucky Strike ( alla lettera “colpo fortunato”). Pare che la produzione di tabacco tostato sia partita a seguito di un incendio in fabbrica che aveva bruciacchiato la materia prima. Si decise così di lanciare il nuovo prodotto che ha poi fatto la fortuna del marchio.
Che si tratti di un mito o di un’abile operazione di marketing per creare un’aura leggendaria intorno al brand, poco importa, ma l’esempio è illuminante.



IMPARA A RICONOSCERE IL CIGNO NERO

Il filosofo David Hume affermava di non poter dimostrare con esattezza la connessione tra le cose, ma di poterla asserire soltanto per mezzo dell’immaginazione. Il punto è esattamente questo, allenarsi a guardare le alternative, ad osservare, ad intuire quelle che potrebbero essere le strade possibili. E’ inutile tentare di predire i cigni neri, ma da parte nostra possiamo tentare di arginarne gli effetti negativi sfruttandone la parte positiva, metterci nelle condizioni di gestire l’imprevisto e soprattutto intuirne la portata innovativa. La frase che tante volte ci capita di sentire (o dire) “MA IO HO SEMPRE FATTO COSI’!” non ha senso, alla luce di queste considerazioni. Occorre valutare gli eventi correttamente includendo i cigni neri, che non sono deviazioni sporadiche ma parte dei fenomeni naturali, sociali ed economici, e che anzi, ne determinano le dinamiche.

L’intelligenza sociale – soft skill del futuro

Possiamo imparare delle cose nuove ogni giorno, installare i nuovi applicazioni o comprare hardware per far diventare il nostro lavoro sempre più facile. Tuttavia, oltre alla tecnologia non dimentichiamoci di imparare anche come vivere nel mondo reale anche questa capacità è fondamentale per il futuro delle ns professioni.

La comunicazione vince sulla tecnologia

Può sembrare che le competenze del futuro riguardino solo tutto ciò che collega la tecnologia e le nuove invenzioni. Tra tutte le conquiste della modernità non si deve dimenticare che la cosa più importante dovrebbe essere la capacità di comunicare con le altre persone. Non è solo con la famiglia, gli amici e il partner, ma anche con le persone che incontriamo nell’ambiente di lavoro. E ‘stato dimostrato che la qualità di questi rapporti ha un impatto non solo sui risultati conseguiti, ma anche sul nostro corpo.

Per stare bene lavorando con gli altri, l’uomo dovrebbe distinguersi per un’abilità speciale, in cui i computer non sono in grado di superarci. Questa abilità utilizza enorme sia moltissima potenza del cervello che la capacità di percepire le emozioni. Di cosa si tratta? Dell’intelligenza sociale! Cioè capacità di interagire con gli altri, comprendere e stimolare le reazioni altrui, creando delle relazioni.

Tutti sappiamo che per ottenere effetti spettacolari – sia sul livello personale che professionale – dobbiamo saper collaborare con gli altri. Capita che dubitiamo di questo e ci sembra di essere in grado di fare tutto da soli. 🙂 Riuscire a creare, mantenere relazioni e percepire le emozioni cioè saper leggere tra le righe, è nient’altro che un semplice elemento di intelligenza sociale. Una volta che lo abbiamo imparato, la vita diventerà molto più facile sia per noi che per i nostri collaboratori.

Per molti anni si parlava di più di un diverso tipo di intelligenza, che ha descritto Daniele Goleman nel 1995 in un libro estremamente popolare “Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ”. Undici anni dopo pubblica “Social Intelligence: The New Science of Human Relationships” che – come il libro precedente – descrive la potenza del nostri cervelli e l’importanza delle emozioni. Grazie alle sue ricerche adesso la intelligenza sociale viene considerata come una delle soft skills più desiderati che vale la pena praticare.

Lavori in squadra? L’intelligenza sociale ti farà brillare!

Questa soft skill ha una grande importanza per l’ambiente di lavoro, in cui deve lavorare insieme un gruppo di persone.

Comprensione e sostegno reciproci, comportamenti di condivisione nel gruppo , scambi proficui di opinioni fanno funzionare meglio i gruppi e danno loro spessore, tutto questo nn si verificherebbe senza intelligenza sociale.
Forse non a tutti piace lavorare in gruppo e contare sugli altri. Tuttavia in qualsiasi lavoro è necessario il contatto con le persone, anche tra il capo e il dipendente, o il dipendente e il cliente.

Per una persona che percepisce meglio le emozioni degli altri, è empatica e amichevole, è molto più facile diventare un buon leader o un capo. La gestione di un team è una grande responsabilità che ha bisogno di questa soft skill per migliorare l’ambiente di lavoro rendendolo più efficace.

Intelligente sociale vuol dire più salute?

Le persone che ci circondiamo e le nostre relazioni con loro hanno un impatto su come funziona il nostro corpo. Prendersi cura di persone è quindi nel nostro interesse – questa idea viene fuori nel libro “Social Intelligence…”. Goleman chiarisce che le informazioni delle emozioni di altre persone vengono trasmessi al cervello in un altro modo di informazioni elaborate come più consapevole. Lo psicologo era sicuro che i rapporti con gli altri influenzano il funzionamento del nostro corpo e comportamento – questa era la conclusione del suo libro del 2006. Pertanto, i buoni rapporti con gli altri sono come le vitamine e cattivi – come un veleno. Quindi, come possiamo vivere per ottenere il maggior numero di “vitamine”. Quale sono le persone con l’intelligenza sociale che possono darci un buon esempio per seguire?

Non interrompono a nessuno
Le persone con l’intelligenza sono dei grandi interlocutori. Non sentono il bisogno di interrompere o o stare in centro dell’attenzione.

Non sono sempre concentrati su se stessi
Le persone dotate di intelligenza sociale conoscono il loro valore e stanno lavorando sul loro sviluppo personale. Nello stesso tempo sanno perfettamente che le relazioni richiedono tempo e attenzione.

Non giudicano gli altri per dimostrare la loro ragione
L’intelligenza sia emotiva che sociale si manifesta tra l’altro nel fatto che una persona è in grado di capire le differenze che esistono tra noi e riuscire lavorare in gruppo.

Non cercano di influenzare l’opinione degli altri
Questa è una delle competenze più importanti di una persona con intelligenza sociale. I Sentimenti degli altri sono “solo “ degli altri. Pertanto, si dovrebbe parlare con qualsiasi persona con rispetto e pazienza.

Sono tranquilli e in grado di modulare la voce
Il modo migliore per affrontare qualsiasi problema è l’assertività. La rabbia e l’aggressività portano più problemi che soluzioni. Persone socialmente intelligenti hanno la forza di fare quello che vogliono. Riescono ad ascoltare e partecipare alla discussione e sono in grado a riferirsi a persone che sono intorno a loro in modo appropriato.

Raramente criticano
Persone che sono in grado di capire gli altri sempre sanno come trovare qualcosa di buono nel loro comportamento. Questa capacità risulta da un livello di fiducia e il fatto che queste persone stanno cercando di imparare qualcosa da ogni situazione.

Entrano in contatto invece di aspettare
Le persone con intelligenza sociale sanno che le relazioni sociali sono basate su sforzo reciproco.

Anche se non tutti da noi siamo nati con intelligenza sociale più sviluppato, ognuno – se ci prova – può migliorarsi. Lo dovremmo capire che i soft skills sono le abilità del futuro e insieme con conoscenza dei nuovi media, gestione del carico informativo e decision making, l’intelligenza sociale ha un’ importanza sempre più grande. Associata con l’intelligenza emotiva consiste fra l’altro capacità di autocontrollo, auto-creazione e comprensione le proprie emozioni cioè tutto quello che ci fa stare bene nel nostro mondo sia professionale che personale.

Facebook Trends 2017: davvero… un altro corso su Facebook?

La formazione da Oltremeta non si ferma mai: sabato 8 aprile presso la nostra sede terremo un nuovo corso formativo sul tema del digital marketing: Facebook trends 2017, un percorso rivolto a chi vuole essere aggiornato sulle ultime novità di Facebook per integrarle in maniera attiva nella propria strategia di Business.

La nostra docente sarà Valentina Vellucci, che già l’anno scorso ha tenuto per noi un seminario di 9 ore utile ad approcciare in maniera operativa un percorso di social media marketing su Facebook.

Domanda: Valentina, come mai un altro corso su Facebook qui da Oltremeta?
Perché di Facebook non se ne ha mai abbastanza 😊
Scherzi a parte, il corso di quest’anno è una continuazione del percorso digitale iniziato insieme nel 2016, estremamente focalizzato sugli aggiornamenti che Facebook ha presentato negli ultimi 12 mesi.
Il corso è molto operativo: prevede parti pratiche con la realizzazione di un mini piano editoriale basato sulle nuove feature rilasciate da Mr Zuckerberg. Inoltre, sarà molto alta l’attenzione al confronto fra Facebook e le nuove piattaforme nascenti.

Domanda: qual è, secondo te, il miglior aggiornamento che Facebook ha rilasciato fra il 2016 e il 2017?
Sicuramente l’aggiornamento dei dati analytics per ciò che riguarda il mondo video. Facebook ha voluto iniziare una guerra all’ultima views con YouTube con carri armati di carta.
YouTube è una fortezza di dati analitici che ci aiutano a capire l’esperienza utente, il suo indice di gradimento di un video, il suo comportamento e la capacità del video di tenerlo attaccato allo schermo.
Facebook è una fortezza di vanity metrics che si è dovuta adeguare pian piano alla strategia dati di YouTube.
Senza l’aggiornamento area insights Facebook avrebbe davvero rischiato una forte perdita da punto di vista marketers (no dati, no budget) sia dal punto di vista user (news feed drogato delle vanity metrics ovvero news feed intasato da video inutili).

Domanda: per questo 2017… meglio un video al giorno su Facebook… o su Snapchat?
Senza strategia, meglio un libro al giorno per mettere realmente la testa sul proprio business.
Non è l’uso sfrontato di una tendenza sui social a permetterci di avere successo. Questo percorso formativo è tenuto da una marketers ed è rivolto a imprenditori e marketers proprio perché non si parla di trucchi ma di strategie di marketing digitali, basate su analisi dati, analisi di tendenze, operatività e aggiornamento continuo.
I sistemi di messaggistica social come Snapchat o Whatsapp stanno crescendo a dismisura: durante il corso affronteremo anche un mini benchmark sul tema.
Non è l’approccio “ tendenza=successo” che viene coltivato in questo corso: obiettivo della giornata è sapere leggere e interpretare le tendenze digitali e adattarle in maniera armonica al proprio business.

Ci vediamo l’8 aprile!

mooc

Democratizzazione del sapere: MOOC – caratteristiche e piattaforme

DEMOCRATIZZAZIONE DEL SAPERE, OGGI PIÙ CHE MAI!
Ah sì?! E come?
Con i MOOC!

Avrete sicuramente notato come negli ultimi anni si sia sviluppata tutta una serie di risorse online, che permettono di imparare cose fino a poco tempo fa inimmaginabili.
Partiamo dalle più banali ricette di cucina, che stanno spopolando sui vari social, e dai ai cosiddetti “tutorial” di make up. Dai fantomatici “life hacks” – trucchetti che dovrebbero facilitare la vita di tutti i giorni -, e dai video motivazionali. Arriviamo ai video sul life style, a quelli prodotti da coach o trainer di ogni genere, per finire con tutorial più specializzati, ad esempio sull’utilizzo di software o strumenti, o con dei veri e propri corsi online, più o meno ufficiali e riconosciuti dalle istituzioni.

Qual è il filo conduttore di tutte queste risorse? La democratizzazione del sapere, appunto! La possibilità di accedere a queste pillole di conoscenza praticamente ovunque – a patto che abbiate un dispositivo connesso ad internet, ovviamente.

Cosa comporta questo?
La possibilità di imparare potenzialmente qualsiasi cosa e accedere a queste fonti di sapere in modo potenzialmente illimitato!
L’espressione più alta, se vogliamo, di questa democratizzazione del sapere, sono quei corsi online, accessibili da piattaforme di vario genere, che chiamiamo MOOC (Massive Open Online Courses).
Spesso però, molti corsi vengono definiti erroneamente MOOC, pur non essendolo.

COSA SONO ALLORA ESATTAMENTE I MOOC? COSA SI INTENDE REALMENTE?

Michael Orey, professore associato dell’Università della Georgia, nonché promotore della modernizzazione dell’apprendimento tramite la tecnologia, e del concetto di “learner-centred experience”, ovvero un insegnamento che risponda al meglio alle necessità dello studente, ha cercato di dare una definizione più chiara dell’acronimo MOOC.

Il termine “Online course”, ovvero corso online, definisce ciò che chiamiamo “e-learning”.
Dunque, e-learning e MOOC sono la stessa cosa?
Non esattamente. I MOOC ne sono, per così dire, un sottoinsieme, una tipologia specifica, con delle caratteristiche a sé stanti.

Sciogliamo l’acronimo e facciamo chiarezza.

La sigla MOOC definisce questi strumenti essenzialmente come: corsi (courses) disponibili via internet (online), gratuiti (open), e di massa (massive), ovvero che, per loro natura, si rivolgono ad un pubblico verosimilmente illimitato o comunque molto vasto. Il termine e-learning si riferisce invece a dei corsi rivolti ad un pubblico più ristretto, tipicamente quello aziendale.
La gratuità, dunque, escluderebbe, secondo Orey, gran parte dei corsi reperibili online, che sono invece a pagamento.

CARATTERISTICHE DEI MOOC

La maggior parte dei MOOC prevede dei video solitamente piuttosto lunghi, che si concludono tramite dei test di varia natura, nella maggior parte dei casi a risposta multipla.
Dei forum permettono poi agli studenti di discutere le lezioni tra loro, creando una community interattiva. Queste discussioni, pur essendo una parte fondamentale dei MOOC, poiché crea coinvolgimento e confronto, non riescono però a creare delle vere e proprie relazioni tra gli studenti, secondo Orey. Si fermerebbero solo al puro scambio informazioni. Nel caso dell’e-learning invece, con la sua ricaduta su un pubblico più ristretto, le relazioni, sia tra studenti, che tra studenti ed insegnanti, diventano cruciali per la buona riuscita dell’apprendimento.

La tipologia e-learning si può quindi riferire ai corsi che vengono utilizzati in azienda, mentre i MOOC si rivolgono potenzialmente a tutto il pubblico raggiungibile online e non possono essere racchiusi all’interno delle pareti aziendali.

COME SCEGLIERE TRA UN MOOC ED UN CORSO A PAGAMENTO?

Diversa tipologia, diverso impegno del produttore, diverso risultato!
Per la loro natura gratuita, i MOOC, di base, non permettono un guadagno ai produttori.
Non ricavando un guadagno dalla loro pubblicazione, generalmente sono anche minori le risorse che gli ideatori sono disposti ad allocare per la loro realizzazione. Per questo motivo, solitamente consistono in video corsi dalla fattura piuttosto semplice, in cui sullo schermo troviamo un’inquadratura del docente, senza grandi elaborazioni grafiche o post produzioni.
I corsi a pagamento, invece, anche quelli disponibili al pubblico online, e quindi massivi – chiamati MOCs (Massive Online Courses) – sono più spesso realizzati da esperti del settore di riferimento, con un team di professionisti, sviluppatori, instructional designers, ecc, al loro seguito, che ne cura dettagliatamente l’ideazione, la creazione e la diffusione e gestione.

Questo però non necessariamente significa che i MOOC siano di qualità minore, anzi! Sono reperibili online dei validissimi corsi gratuiti, che permettono di acquisire grandi competenze. Competenze che fino a qualche anno fa era possibile acquisire solo frequentando dei corsi in aula, con un costo molto elevato, sia in termini di denaro che di impegno personale.
La flessibilità, ecco qual è il più grande punto di forza dei MOOC! Dettata da quel principio di “learner-centred experience” di cui parlava Orey, in cui tutto ruota intorno allo studente.

COME SONO NATI I MOOC?

I MOOC nascono inizialmente proprio da quella volontà di democratizzare del sapere di cui parlavamo al’inizio. Sono stati creati quasi come un esperimento, per rendere disponibili a chiunque e gratuitamente alcuni corsi universitari. Questo avvenne nel 2008, ad opera di George Siemens e Stephen Downes, ma già dal 2004 si iniziava a parlare di una certa forma di apprendimento facilitato dalla tecnologia.
Tuttavia, i corsi MOOC così come li conosciamo oggi, nacquero, più o meno ufficialmente, nel 2011, quando Sebastian Thrun, professore presso l’Università di Stanford, organizzò un MOOC sul tema dell’intelligenza artificiale, con lezioni accessibili tramite una pagina internet in cui erano contenuti i video delle sue lezioni e dei test a risposta multipla.

Visto il successo di questo corso, nel 2012 Thurun fondò una compagnia, la KnowLabs, da cui nacque poi Udacity, una sorta di università online, ancora attiva, con un focus particolare su tematiche tecnologiche, che rende possibile e facilmente accessibile l’apprendimento di diverse competenze. Si parla di “lavori del domani”, di Android, Data Science, CS, iOS, Software Engineering, Web Development, ma non solo: vengono affrontate anche altre tematiche, non strettamente legate all’ambito tecnologico, il tutto tramite corsi sia a pagamento che gratuiti.

Un altro esempio, sempre proveniente da Stanford, è quello di Daphne Koller e Andrew Ng, che sempre nel 2012 hanno lasciato il lavoro in università per dare vita a Coursera, una piattaforma in cui è possibile trovare numerosi corsi provenienti da diverse università internazionali ma anche italiane, e che conta 24 milioni di utenti. I corsi sono gratuiti e le tematiche principali sono più diversificate rispetto a quelle di Udacity: spaziano dalle materie umanistiche al business, dalla matematica e logica allo sviluppo personale, fino alle lingue… Ma non finisce qui!

Due casi non vi bastano? Allora andiamo avanti!
Con cosa?


Con edX! Altra piattaforma online, in cui possiamo trovare materiale accademico a disposizione di chiunque. Stavolta parliamo però di una società nata a scopi non-profit dall’università di Harvard e dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), ancora una volta nel 2012, che oramai conta 90 partner tra università ed istituzioni in tutto il mondo.
EdX non fa una distinzione di settori principali della sua attività, probabilmente proprio per il gran numero di partners su cui può contare, ma c’è qualcosa di interessante su cui è giusto soffermarsi: è possibile seguire dei micro-master online ed ottenere dei certificati dalla fruizione dei corsi, spendibili nel proprio lavoro.

Il 2012 sembra quindi essere l’anno della svolta! E l’impatto di questa nuova forma di insegnamento è ben visibile anche dalla quantità di ricerche del termine “MOOC” registrate dal motore di ricerca di Google.

Il grafico riportato da Google Trends (strumento che permette di vedere l’andamento delle ricerche, da parte del pubblico, di un determinato termine sul motore di ricerca di Google) mostra un’impennata del termine, a partire dal 2012. Sarà un caso che questo sia anche l’anno di fondazione delle piattaforme di cui stavamo parlando? Avere dei dubbi è legittimo, ma a noi sembra una motivazione più che valida!

ALTRE PIATTAFORME MOOC

Via via nel tempo sono nati diversi altri siti per la fruizione di corsi online, anche non strettamente legati alle università. Le caratteristiche dei MOOC negli anni si sono adattate ai cambiamenti della società e della tecnologia, perdendo alcune delle caratteristiche iniziali ed acquistandone altre. Oramai ad esempio non sono più soltanto le università a rilasciare corsi e certificati, ma numerosi esperti ed istituti di vario genere; altra modifica avvenuta nel tempo è la tendenza ad accorciare sempre più i corsi, o meglio a frammentarli in tanti moduli, ricercando sempre più quella facilità di fruizione che è sempre stata uno dei fondamenti dei MOOC, fin dalla nascita.

Vediamo ora altre piattaforme popolari:


LYNDA: è forse tra i più conosciuti, probabilmente anche per la sua acquisizione da parte di LinkedIn. Conta un gran numero di corsi e offre la possibilità di filtrarli in base a diversi criteri di ricerca: non solo l’argomento, ma anche il livello di difficoltà, la durata del video, gli autori, ecc. I argomenti sono principalmente concentrati in ambito digital, e riguardano: design; foto, video e illustrazione; web; business; it e altro, con corsi specifici anche sull’utilizzo di diversi software. Grande flessibilità e specificità, quindi. Per poter usufruire dei corsi è necessario effettuare una iscrizione a pagamento, secondo diversi piani disponibili. Solo alcuni tutoria introduttivi di alcuni corsi sono disponibili gratuitamente, ma questi servono soltanto a dare un’idea del corso che sarà fornito a pagamento.


UDEMY: nato in Turchia, Udemy conta oggi tre quartier generali, a San Francisco, Ankara e Dublino. Una vastissima collezione di più di 45.000 corsi, divisi in 15 categorie, non esclusivamente in lingua inglese, ma anche in altre lingue, tra cui l’italiano. Scegliendo una categoria, è possibile infatti selezionare solo i corsi nella nostra lingua di preferenza, tra le 23 disponibili. L’offerta ovviamente si restringe rispetto ai 45.000 corsi totali, ma per la lingua italiana il numero è comunque allettante! Altra possibilità che si ha è quella di scegliere se visualizzare solo i corsi gratuiti, quelli a pagamento, o entrambi.

Sia Lynda che Udemy offrono corsi extra universitari, a differenza della maggior parte delle piattaforme.


EMMA (European Multiple MOOC Aggregator): è un progetto co-finanziato dall’UE, a cui partecipano diverse università Europee, tra le quali troviamo anche alcune università italiane. I corsi forniti, circa 60, sono disponibili anche in modalità multilingue. La piattaforma è piuttosto nuova e forse ancora migliorabile, ma è possibile trovare anche qui degli spunti interessanti. È comunque interessante tenerla in considerazione visto il collegamento con l’Unione Europea, e per tenere d’occhio la sua evoluzione.


SKILLSHARE: altra piattaforma molto user-friendly. Nella homepage si dice che siano disponibili più di 15.000 corsi: tra questi, alcune centinaia sono disponibili gratuitamente, ma per avere accesso al pacchetto completo, bisogna registrarsi scegliendo un piano “premium”, dal costo comunque piuttosto irrisorio (15€ mensili – 10 scegliendo il pagamento annuale). Il materiale disponibile gratuitamente è suddiviso in 4 macro-categorie – tecnologia, lifestyle, business e creatività -, ognuna delle quali è poi nuovamente ramificata in altre sotto-categorie, che contengono vari corsi al loro interno. I video sono generalmente costituiti da una ripresa dell’insegnante e di ciò che l’insegnante sta spiegando (un software, una composizione grafica, ecc), tramite la condivisione dello schermo del pc ad esempio.

PIATTAFORME MOOC MADE IN ITALY

Dunque, come dicevamo poco fa, le prime piattaforme MOOC sono nate da Università americane. Nel tempo però se ne sono sviluppate a dismisura, in tutto il mondo. E sì, anche in Italia! Vediamone alcune:


EDUOPEN: in partnership con ben 17 Università di tutta Italia, Eduopen è una piattaforma – disponibile anche in versione inglese – sostenuta e finanziata dal Miur. Conta 53 corsi e 8 percorsi, sulle seguenti tematiche: scienze umane; informatica, gestione e analisi dati; medicina e salute; scienze; scienze sociali; tecnologia, design e ingegneria. Pur non essendo particolarmente raffinata dal punto di vista estetico, è un portale intuitivo e di facile utilizzo, se le tematiche trattate sono di vostro interesse!


OILPROJECT: è una piattaforma graficamente più curata e più moderna, ma forse più scolastica dal punto di vista degli argomenti trattati – almeno in apparenza. Questi infatti vengono divisi in 12 materie, la maggior parte delle quali sembrano essere proprio quelle che affrontano ogni giorno gli studenti.
Nella presentazione stessa del sito, la piattaforma si proclama infatti come una scuola gratuita online, la più grande d’Italia. In realtà, questi 12 argomenti si sviluppano al loro interno in diverse tematiche, che non sono poi così scontate. A voi il compito di scoprire quelle che preferite!


LACERBA: altra realtà italiana, stavolta incentrata principalmente su digital, tecnologia e start up. Gli argomenti disponibili sono abbastanza diversificati e ne troviamo alcuni anche poco conosciuti in Italia, come il Growth hacking. Sono 5 le categorie che raccolgono i corsi: programmazione, web design, business per startup, marketing per startup, personal branding. È possibile acquisire le basi di ciascun argomento usufruendo dei video gratuiti; per un approfondimento però è necessario acquistare altri moduli a pagamento.


LIFELEARNING: conta una grande quantità di corsi, gratuiti e a pagamento, che spaziano in diverse discipline e ambiti, comprese le lingue, la cucina, il business, il digital e non solo! La peculiarità di questa piattaforma è la sezione riguardante il lifestyle, tanto popolare oggi, soprattutto sui social media. In arrivo su Lifelearning sono anche i corsi di formazione professionali accreditati ed i MOOC universitari.

Ma il panorama non si chiude certo con questo elenco di realtà. Ne potremmo citare tante altre, come Alison, FutureLearn, Iversity, Open2Study e non solo!

Insomma, come avrete capito, avete l’imbarazzo della scelta! Non vi resta che spulciarli e scegliere la piattaforma MOOC che fa più al caso vostro!

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Ispirazione : la aspetto o la vado a cercare?

Essere ispirati conta, e anche tanto! Ma non solo nel mondo dell’arte. L’ispirazione genera idee innovative, e il mercato oggi ha fame di questo.

La prima cosa che ci viene in mente pensando all’ispirazione è sicuramente una sorta di momento magico che arriva all’improvviso, un flash che sconvolge la giornata e attiva un flusso creativo impetuoso. Siamo abituati ad “aspettarla”, complice anche la tradizionale visione dell’artista che abbiamo in testa. E quante volte abbiamo sentito parlare della crisi dello scrittore, l’ansia da pagina bianca, in cui l’autore non può far altro che sperare arrivi quell’insight che porterà alla creazione del suo capolavoro. Ma è sul serio così?

Si tratta veramente di un dono che arriva all’improvviso ad un fortunato genio prescelto, che non deve far altro che sedersi e aspettare questo momento? Oppure si tratta di un percorso costruito con studio, dedizione, tanti tentativi e soprattutto errori, che culmina nel kairos della creazione?

Sull’origine dell’ispirazione c’è un dibattito aperto dai tempi più remoti, ed è interessante partire dal passato per arrivare poi a riflettere sulla natura dell’ispirazione oggi, non solo legata al processo artistico, ma anche e soprattutto alle dinamiche aziendali che inevitabilmente hanno a che fare con creatività ed innovazione. La portata delle intuizioni più geniali si riflette sul mercato; pensate alle startup che nascono ogni anno da una semplice e unica idea, o agli sviluppi delle nuove tecnologie. E’ quindi utile capire come possiamo diventare più ricettivi nei confronti di questi momenti di “illuminazione”.

Cosa genera il Furor artistico? Cosa viene prima dell’opera?

L’argomento è stato oggetto di discussione filosofica fin dai tempi di Platone e Aristotele, in cui due tesi diametralmente opposte sono al centro del dibattito. La prima concepisce l’ispirazione come un qualcosa di soprannaturale, che proviene dall’esterno, un rapimento divino che permette all’artista di riprodurre l’esatto contenuto della sua visione nell’opera, senza la necessità di avere capacità artistiche. La seconda vede invece l’arte come una capacità che l’uomo sviluppa solo con sacrificio, studi profondi e conoscenze nei più vasti campi del sapere (non solo artistico, quindi).

Proprio questa seconda tesi è alla base della riorganizzazione delle arti nel Rinascimento, in cui la suddivisione tra le attività intellettuali e quelle manuali viene superata, ridonando dignità sociale a queste ultime. L’arte è un mezzo di conoscenza del mondo, e come tale può essere razionalizzato, insegnato e verificato; da qui la nascita delle prime Accademie. Certo, questo cambiamento metterà non poco in crisi gli artisti, logorati dalla dualità tra il furor e il tentativo di razionalizzare le regole artistiche (Michelangelo sarà tra i più tormentati).

Ci penseranno gli intellettuali Seicenteschi a ri-separare scienza e arte, poiché pittura, scultura, poesia, non essendo sottoposte a criteri oggettivi e di esattezza, verranno relegate alla sfera della soggettività, della fantasia, del sentimento e dell’emozione. La sensibilità come residuo del pensiero razionale, idea alla base di tutta la cultura occidentale (motivo per cui artisti e creativi non se la passano proprio benissimo ancora oggi).

E così tutti i filosofi si sono via via cimentati nel tentativo di interpretare quel momento da cui parte la creazione artistica. Per Freud la creatività è una risposta positiva ad un desiderio (o trauma) inconscio legato all’infanzia. Un processo di riconversione di energia che porta a quello che il padre della psicanalisi definisce “Principio di Realtà”, ovvero la consapevolezza che bisogna venire a patti con i problemi e attivarsi per trovare la via d’uscita migliore. Silvano Arieti affermava che il sognatore, lo schizofrenico e il creativo condividono l’accesso facilitato alla sfera primaria, ma mentre lo schizofrenico ci rimane intrappolato, il sognatore perde le suggestioni notturne all’alba, il creativo invece riesce a selezionare e adattare i materiali a disposizione innescando il pensiero logico, quella che arriva poi a definire la magia della sintesi creativa. Questa richiede una dose superiore di ricettività passiva, ma anche una grande consapevolezza e intenzionalità.

Si può dire quasi che l’intuizione creativa è il mezzo con cui l’artista coglie nel proprio interno ciò che ha bisogno di manifestare all’esterno, e viene alimentata dalla sua capacità di ragionare fuori dagli schemi, di ripensare i rapporti che regolano la società, impossibile da fare seguendo la rigidità del pensiero razionale.

Alcuni modelli supportano invece la tesi che sostiene l’alternanza del pensiero logico a quello creativo/analogico, partendo dalla raccolta di dati e materiale, procedendo per prove ed errori e giungendo infine all’insight.

Se non possiamo ancora dire con esattezza cosa faccia scattare la genialità, possiamo però constatare innanzitutto che l’ispirazione genera ispirazione, in maniera trasversale tra i più disparati settori. Una canzone può ispirare un quadro, un quadro può ispirare un film, un artista può ispirare una linea di prodotti, come è successo per l’ultima collezione di occhiali Persol, “Calligrapher Edition” ispirati alla calligrafia e firmati dall’artista Paul An-tonio Scribe. E’ successo in passato per le arti, succede oggi con i settori più diversi che si contaminano tra loro.

Ma cosa fare quando invece siamo a corto di ispirazione e ci sentiamo bloccati?

Basta aspettare l’ispirazione! (e attenti a leggerla con la giusta intonazione.)

L’unica certezza è che aspettare seduti sul divano di casa non porterà a molte idee geniali. C’è chi consiglia di uscire a fare lunghe passeggiate, di leggere, di andare al cinema, di guardare il lavoro degli altri, di entrare in un museo, insomma attivare i neuroni anche con qualcosa che non c’entri nulla con il nostro lavoro. Per chi poi ha fatto della propria creatività un mestiere “aspettare” l’ispirazione è un lusso che non ci si può proprio permettere.

Ci sono perfino degli strumenti a disposizione sul web, come ad esempio Mindtools, che aiuta a sviluppare la propria creatività tecnica, prima analizzando quanto sei creativo, e poi creando un percorso personalizzato che ti guiderà, aiutandoti a pensare fuori dagli schemi.

L’essenziale è cominciare. A piccoli passi, sbagliando, cambiando rotta nel bel mezzo del lavoro, ma PARTIRE. Un piccolo cambiamento nelle nostre azioni porta ad un conseguente cambiamento anche nel nostro pensiero. Se aspetti di sentirti pronto, non uscirai mai fuori dal tuo rassicurante salotto. Dare forma ad un’idea, creare, innovare permettono di confrontarsi con il mondo esterno, ed è da lì che arrivano le migliori intuizioni. E’ necessario interagire con l’ambiente che ci circonda, sviluppare la capacità di intercettare bisogni e fornire soluzioni, ragionando in maniera creativa.
A questo si aggiunge una buona dose di costanza, energia e motivazione, che nascono da dentro. L’ispirazione, inoltre, è strettamente legata all’intelligenza emozionale, alla capacità di lasciarsi coinvolgere entrando in risonanza con le persone che incontriamo, quella capacità empatica di sentire l’altro.

Dall’idea alle soluzioni.

Altra capacità da sviluppare è quella di pensare per immagini e visualizzare strutture complesse, e non stiamo parlando solo di arti figurative. Quello che le aziende chiamano Envisioning non è altro che un processo di trasmissione di visioni, principi e valori e la loro interiorizzazione per creare una cultura allineata con il brand (esso stesso non è altro che un’immagine nella mente delle persone). Lo sviluppo personale permette di alimentare questa capacità, e la possibilità di immaginare soluzioni innovative.

Spendete 16 minuti del vostro tempo per ascoltare il discorso di Navi Radjou, che ha impiegato anni a studiare quelle che lui chiama “Jugaad”, ovvero le Innovazioni Frugali. Tantissimi gli esempi riportati nel video, tutte idee geniali e semplicissime, nate in un’estrema povertà di risorse in paesi in via di sviluppo, perchè “nel momento in cui le risorse scarseggiano, devi guardare dentro di te per raggiungere la risorsa più abbondante, l’ingegno umano.” Le Innovazioni Frugali adesso sono diventate un trend anche nel Nord del mondo, in quei Paesi che invece le loro risorse le stanno esaurendo. Queste startup semplici, utili, e dai costi limitati stanno guidando l’innovazione anche in Occidente, partendo da un bisogno e fornendo una soluzione adeguata. L’ispirazione arriva ancora una volta dal confronto con il mondo esterno, con le sue esigenze imminenti. Al termine del video Navi Radjou dà i suoi consigli per applicare le innovazioni frugali:

1. KEEP IT SIMPLE. Fatela semplice. Non create soluzioni per impressionare i clienti, ma che siano invece semplici da usare e accessibili.
2. Non inventate di nuovo la ruota. Approfittate delle risorse esistenti e fate in modo che siano disponibili. O cominciare a guardarle in modo diverso.
3. Pensate e agite orizzontalmente, se volete essere agili e avere una grande varietà di clienti.

E’ vero infatti che sempre più big companies cercano all’interno delle piccole startup dei partner per includere nel proprio business e nella propria cultura aziendale soluzioni innovative. E’ il caso di Johnson & Johnson e Hax per lo sviluppo di gadget e dispositivi per la cura della salute e la sicurezza dei più piccoli, o di Unilever e Dollar Shave Club che hanno sviluppato un modello di e-commerce per prodotti da barba basato sul modello in abbonamento .

Una società che cambia è anche un mercato che cambia. L’attitudine all’apprendimento costante, la dinamicità dei rapporti, i rapidi cambiamenti a cui bisogna adattarsi e la dimensione sempre più umana del marketing diventano valori fondamentali a cui un’azienda deve ispirarsi. La cultura delle startup ha dato vita ad un nuovo mercato, a cui le grandi sono sempre più interessate proprio per la loro portata innovativa e al passo con i tempi.

Vogliamo chiudere in maniera pratica, facendo due chiacchiere con Domenico Colucci, uno dei fondatori di NEXTOME, giovanissima startup tutta pugliese, che ha ideato una tecnologia per la navigazione indoor, portando a casa premi e riconoscimenti internazionali.

Cosa è NEXTOME?
L’idea alla base di Nextome è molto semplice, basta pensare al navigatore satellitare, ad esempio Google Maps, con l’unica differenza che la nostra tecnologia riesce a funzionare anche all’interno di grandi spazi chiusi, come musei, gallerie commerciali e spazi fieristici, dove il segnale GPS utilizzato dal navigatore satellitare non è presente. La necessità di una tecnologia di Indoor Navigation nasce per la grande complessità di questi ambienti. Sapere con precisione in quale zona dell’aeroporto mi trovo, oppure trovare un determinato prodotto all’interno di un grande store è il problema che Nextome risolve, annullando il senso di smarrimento e permettendo di offrire servizi centrati sulla posizione, quali la presentazione dei punti di interesse più vicini, la definizione di percorsi per raggiungere un particolare punto della struttura o permettere l’acquisto di contenuti extra o prodotti durante la visita.

Com’è nata l’idea di Nextome?
L’idea di Nextome nasce all’interno di un grande mall di Milano. Io e il mio collega Vincenzo (ora socio e presidente di Nextome) eravamo alla ricerca di… un bagno. Un navigatore per orientarsi in grandi spazi chiusi era quello che mancava. Senza questo “momento magico” Nextome non sarebbe mai esistita. Ma è anche vero che senza studio, passione e dedizione tutti gli sforzi sono praticamente nulli.

Quanto conta la capacità di essere ricettivi per definire il futuro di un’impresa?
Penso sia l’ingrediente più importante, i più grandi visionari sono coloro che hanno la capacità di guardare oltre le barriere, anche per fare impresa funziona nella stessa maniera. Le tecnologie più dirompenti (detta all’americana disruptive) sono frutto di menti che sanno cogliere le esigenze della comunità, prima ancora che si siano esplicitamente manifestate. In questo le nuove tecnologie sono un grande alleato, basti pensare ad Internet: con un normalissimo pc ho accesso ad una rete enorme di persone e informazioni, prima fonte di ispirazione.

I tuoi consigli per trovare ispirazione oggi?
Sicuramente di rompere gli schemi, guardare oltre, e fare ricorso alla propria immaginazione. Per rinforzare la mia tesi, cito la famosissima frase di H. Ford: “Se avessi chiesto alla gente cosa voleva, mi avrebbero detto cavalli più veloci.”

Bene, arriviamo alla conclusione. Perchè vi aspettate una conclusione, vero?
Invece no, preferiamo lasciare la discussione aperta.

ANZI, ci piacerebbe sapere cosa ne pensate sull’argomento e cosa fate per trovare ispirazione, e magari se leggendo questo articolo vi è venuta qualche idea geniale 🙂

Immagine di copertina: Designed by jannoon028 / Freepik

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Creativi Anonimi

CREATIVI ANONIMI

Si parla tanto e spesso di lavori creativi, e forse è bene fermarsi e fare il punto della situazione.
Sì, perché la creatività non è soltanto una qualità individuale, ma si colloca in un determinato momento storico, assumendo valore e significato anche in base alla cultura che la nutre.

Le trasformazioni della società, del mondo del lavoro, e l’avvento del web hanno sovvertito qualsiasi schema. Praticamente tutti, oggi, hanno una cultura visiva, seppur inconscia, dovuta al bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti. Gran parte di noi riesce a riconoscere il valore di un lavoro graficamente accattivante da uno approssimativo. Molti sanno usare programmi di grafica, ormai disponibili in minimali versioni freeware, cimentandosi nell’attività di “graphic designer per necessità”. Ad esempio GIMP offre una buona alternativa gratuita a Photoshop, Inkscape potrebbe invece sostituire Illustrator, e infine Blender per gli appassionati della terza dimensione, tutti compatibili con Windows, Mac OS X e Linux.

Allo stesso modo abbiamo a disposizione un universo vastissimo di fonti di ispirazione online.
In concreto?

I più conosciuti:
Pinterest;
Behance;

I più ricercati:
We graphics (completo di tutorial);
Mr-Cup in inglese ma partorito da un francese, che mette a disposizione articoli su identità visiva e grafica editoriale o riflessioni su lavori già svolti.
Designinspiration è un meraviglioso contenitore di idee che offre tanti spunti creativi, permettendo perfino una ricerca basata sul colore.

O ancora:
Smashing magazine attivo da parecchi anni, fornisce quotidianamente spunti, riflessioni e tutorial con una grafica semplice e immediata.
Noupe invece è un sito utilissimo e aggiornato che punta soprattutto a fornire indicazioni sulle risorse gratuite a disposizione di grafici e web designer;
Design Float, dove è possibile trovare un po’ di tutto, font gratuiti o a pagamento, immagini vettoriali, icone, insomma… utilissimo alleato per i vostri progetti.

Per quanto riguarda i font invece, meritano di essere tra i segnalibri:
– il conosciutissimo DaFont,
Friends of Type,
Typography daily utile anche per logo e altri progetti grafici
Typographic poster dedicato ai poster, che raccoglie nelle sue gallerie una serie di vere e proprie opere d’arte realizzate da grafici.

Per non parlare poi di Instagram, dove oltre ad imbattervi in un mare di selfie potrete anche seguire i professionisti della Visual Communication, dai grafici agli illustratori. Wired ha stilato un elenco dei 50 profili imperdibili.

Ma cosa succede una volta arrivati ad un livello leggermente più alto? Nel momento in cui irrompe la necessità di un lavoro ineccepibile e soprattutto originale? È lì che diventa assolutamente necessario affidarsi ad un professionista, senza improvvisazioni personali o del cugino grafico di turno.

Un esempio eclatante su tutti. Durante la Biennale di Istanbul 2015, tra tante opere d’arte sensazionali, installazioni, performance, a guadagnarsi un posto d’onore agli occhi dell’attento pubblico, già addestrato al riconoscimento del bello, è stato l’italianissimo studio grafico LeftLoft, che ha curato tutta l’immagine coordinata della rassegna, la scelta del colore, la guide book, il catalogo, e la fondamentale segnaletica dei percorsi.

Ma come riconosco un professionista?

Non tutti hanno la capacità di riuscire ad individuare, nella massa, le qualità che fanno al caso proprio, finendo per ritrovarsi confusi, in un mare di “creativi anonimi”. Tra questi, qualcuno sposa l’anonimato per scelta, in un’epoca in cui schiere di sconosciuti tentano di diventare famosi. C’è chi invece da questo anonimato vorrebbe uscire, ma non sa come.
La necessità di comunicarsi e riallacciare i rapporti con i non addetti ai lavori (ovvero la stragrande maggioranza dei clienti con cui avrete a che fare) diventa qui fondamentale. Ma vediamo come.

Anonimato per scelta, tra passato e presente

La storia è piena di artisti e creativi anonimi per scelta, a volte anche per necessità. Basti pensare alle donne che sceglievano uno pseudonimo per potersi cimentare nella scrittura ed essere credibili, senza incappare nel facile pregiudizio. Le prime a venire in mente sono le sorelle Bronte, che adottarono nomi maschili (Currer, Ellis e Acton Bell) affinché il loro lavoro potesse essere apprezzato in maniera genuina. Il primato sull’anonimato più longevo spetta però a Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole Donne. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, riuscì a pubblicare quattro romanzi dell’orrore, sotto lo pseudonimo A. M. Barnard, e fu smascherata solo negli anni Quaranta del Novecento, da alcuni studiosi che analizzarono le lettere che aveva indirizzato agli editori. Arriviamo al più recente caso dell’autrice Elena Ferrante, della quale ancora oggi, dopo anni di indagini e pedinamenti bancari, non si conosce l’identità.

Anche la street art conta esempi eclatanti di creativi anonimi, rimasti nell’oscurità inizialmente per estrema necessità, dovuta all’atto illegale. Successivamente, questo tipo di arte pubblica è stata quasi istituzionalizzata, le opere hanno invaso le città e le accuse di vandalismo si sono via via diradate. Artisti come il celeberrimo Banksy hanno scelto di rimanere nell’ombra quasi per legittima difesa. Celare l’artista per mettere in risalto l’opera, creando però allo stesso tempo un mito intorno a questa figura, che ne alimenta il successo. Nel momento in cui l’autore rimane sconosciuto, l’immaginazione e la curiosità crescono a dismisura.


Nel mondo della musica ritroviamo altri esempi illustri. I Daft Punk non si sono mai esibiti senza il loro inseparabile casco, mentre i Gorillaz si sono spinti oltre, essendo la prima band inesistente. I personaggi appaiono come dei cartoni animati e nel 2005, agli European Music Award di Lisbona, hanno perfino tenuto un concerto sotto forma di ologrammi.

Chi, invece, è a conoscenza del fatto che mostri sacri come Led Zeppelin, Rolling Stones, Eric Clapton, Van Halen siano accomunati da un personaggio di nome Andy Johns, ingegnere del suono e produttore? Dietro numerosissimi personaggi di fama mondiale si celano altrettanti creativi anonimi.

Il dato fondamentale però è sicuramente uno per tutti: per emergere c’è bisogno di opere che valgano, che parlino per il loro creatore, seppur anonimo.

Ma chi sono i creativi oggi?

Il mondo del lavoro è cambiato, certamente, ma la creatività diventa una dote sempre più importante, che la meccanizzazione o l’informatica non potranno mai sostituire; del resto, come dice Milton Glaser, tra i migliori graphic designer di tutti i tempi, “Il computer sta al design come un microonde sta alla cucina”.

Abbiamo bisogno di persone che riescano ad avere una visione del mondo diversa e soprattutto a trovare soluzioni alternative per interpretare e rileggere il presente. La creatività è diplomatica, non è più relegata ad un corporazione o ad un’élite e le possibilità si sono moltiplicate a dismisura. Il creativo di oggi è una persona sensibile agli stimoli, contemporaneo, dalla spiccata vivacità intellettuale, capace di mettere in connessione tra loro ambiti diversi del sapere, che sia transdisciplinare insomma, e che sappia rendere tutto questo visibile.

Stefan-Sagmeister

Una delle tendenze attuali è quella di fare rete. Sempre più professionisti decidono di riunire le forze e creare team diversificati. Nascono start up innovative, associazioni di creativi, e il mondo del web ne ha accelerato i processi. Le idee collaborative potrebbero essere un supporto in questo mondo, dando vita a degli ecosistemi sostenibili, pronti a fornire le più disparate soluzioni. Ma anche in questo caso parliamo di creativi anonimi, di cui non emergeranno nomi e personalità.

Ma la creatività crea business? Insomma, ci si guadagna?

Altra delicata e spesso sottovalutata questione.
La gente è disposta a pagare per i lavori creativi, ma dipende anche da come riusciamo a comunicare l’importanza di ciò che facciamo, e soprattutto da come lo chiediamo.
Il lavoro intellettuale deve essere riconosciuto. Il lavoro creativo inoltre, ha applicazioni vastissime nei più svariati settori, e non può di certo essere improvvisato.

Il miglior modo per promuovere la propria azienda, oggi, è proprio quello di affidarsi ai creativi, in grado di fare la differenza e sorpassare la concorrenza, aumentando produttività ed efficienza. Adobe ha avviato una ricerca con Forrester Consulting per cercare di provare l’esistenza di un Dividendo Creativo, analizzando l’impatto della creatività sui risultati economici. Inutile dire che la risposta è positiva, con un benefico effetto sulle entrate rispetto alla concorrenza, oltre alla creazione di un ambiente lavorativo positivo e stimolante.
Ma nonostante i benefici effettivi, il 61% delle aziende non si definisce creativa.

Allo stesso tempo, emerge anche un altro dato interessante: l’importanza della creatività in azienda deve essere allevata e supportata da un leader che ne riconosca l’importanza, la promuova e la finanzi.

Un esempio che sicuramente vi farà sorridere. Tempo fa, Mikado, produttrice degli irresistibili bastoncini ricoperti di cioccolato, ha lanciato una campagna diventata poi virale con lo slogan “MIKADO, even if you shouldn’t” realizzata dall’agenzia Buzzman. E’ sempre bene accettare un innocuo pacchetto di Mikado? Riuscireste a resistere anche se le conseguenze fossero disastrose? Gli attori coinvolti hanno reso l’esperimento esilarante, e alla fine del video vengono riportati i risultati delle vendite, in cui notiamo il segno più.

Storigami, piattaforma di condivisione video, ha lanciato invece un sondaggio via Twitter, chiedendo ai videomakers che termine utilizzino nel momento in cui chiedono un compenso ai propri clienti, specie in casi di raccolte fondi. La parola più utilizzata è “supporto”, che da un lato implica una sensazione di partecipazione e condivisione del lavoro, dall’altro risulta quasi un goffo tentativo di essere pagati per il proprio operato, che non rende giustizia allo sforzo intellettuale che c’è dietro. Il web mette a disposizione piattaforme di crowdfunding, micro-pagamenti, una sorta di colletta, insomma. Soluzioni utili, ma che a volte ci rendono colpevoli della svalutazione del lavoro creativo.

Ogni anno a Memphis si svolge la Creative Works Conference; il cui motto è “BUILD WITH CONVINCTION”, costruire con sicurezza, con convinzione. Perché se il cliente ha bisogno di comprendere ragioni che a noi appaiono scontate, è compito del creativo trovare un linguaggio comune che permetta di relazionarsi, sottolineando l’importanza del lavoro intellettuale e l’apporto che ne può derivare in termini economici.

Coinvolgimento e chiarezza. Il creativo deve essere in grado, oggi, di far comprendere le sue ragioni, generando partecipazione nel cliente, che verrà guidato nel processo di elaborazione, sentendosene parte integrante e non semplice spettatore. Perché nel momento in cui affido la mia identità ad un’altra persona, che per giunta non mi conosce, è inevitabile la tentazione di intromettermi nel suo lavoro, specie se questo mi esclude da qualsiasi decisione. Il creativo non può e non deve imporre le sue scelte, sentendosi poi un incompreso nel momento in cui il lavoro viene rifiutato di netto. La soluzione quindi, è quella di formare sia i creativi che i clienti verso un percorso integrato, in cui le conoscenze e l’esperienza di un professionista facciano sentire il cliente al sicuro.

Comunicare e comunicarsi, quindi, per cominciare a mettere un piede fuori dall’anonimato!

personal branding

Personal Branding – Come diventare un marchio riconoscibile

PERSONAL BRANDING

La volontà di costruire un marchio personale nasce dalla consapevolezza che il modo in cui gli altri ci percepiscono può avere un grande impatto sul nostro successo.
Quando parliamo di marchio, intendiamo fra le altre cose, anche l’immagine, la reputazione, la comunicazione, la creatività e anche il coraggio di promuovere se stessi. Questi componenti – se utilizzati e gestiti consapevolmente – consentono di posizionarsi nel mercato del lavoro e forniscono un’ottima occasione per migliorare le relazioni con i clienti, sia effettivi che potenziali.

Il termine “marchio personale” ha a che fare con qualcosa di molto più importante e complesso, cioè il Personal Branding. Scopriamo di più insieme!

Cos’è il personal branding?

Il Personal Branding è un processo accurato e ben pianificato della gestione della propria immagine professionale, della carriera e della vita personale, e un investimento a lungo termine.
Il marchio personale nel mondo moderno, pieno di informazioni, persone, eventi e messaggi, diventa uno strumento sempre più importante per distinguersi in mezzo alla folla, costruire la propria credibilità, farsi riconoscere e rendersi unici. Creare un forte marchio personale offre inoltre un vantaggio a lungo termine nel mondo del marketing e delle vendite, ed è diventato ormai un valore di mercato misurabile.

L’autore del concetto di marchio personale è Tom Peters – scrittore americano, consulente e uno dei maggiori esperti di pensiero manageriale. Nel 1997 pubblicò la sua idea nell’articolo “The brand called you”, in cui illustrava, tra l’altro, che non importa quanti anni abbiamo, cosa siamo e dove lavoriamo, abbiamo sempre bisogno di capire l’importanza del branding. Siamo convinti che il marchio personale sia riservato solo a leader, politici, celebrità – e invece coinvolge tutti.

Il Personal Branding comprende varie attività di branding e di marketing, volte a costruire l’immagine più appropriata, attraente e unica della propria persona.

A quale scopo? Per costruire il target adatto, una relazione duratura con le persone che potenzialmente possono diventare i nostri clienti.

Perché conviene fare di noi stessi un brand riconoscibile? Quando costruisci un marchio personale, è molto più facile instaurare contatti commerciali. Inoltre, la tua identità viene subito percepita come più affidabile, perciò – dal punto di vista economico – per il tuo cliente il prezzo non è più il criterio principale di valutazione. Per un buono marchio personale non ci sono i confini. Se viene costruito con successo, ha anche un maggiore impatto sulla realtà e un potere di influenza più grande.

Chiunque può creare un marchio personale?

Si! Costruire la propria immagine è un elemento essenziale per lo sviluppo della carriera di un professionista, e questo non è più un segreto. Anzi, è diventato molto importante per tutti noi.
Vediamo allora insieme da dove cominciare per creare il proprio Personal Branding.

Qual è il mio obiettivo?
Quali sono i miei punti di forza?
Quali sono i miei talenti e le mie competenze?
Qual è lo stile che mi rappresenterà quotidianamente?

Queste domande potrebbero essere molto utili, soprattutto all’inizio del percorso, per creare un marchio sempre più riconosciuto. Il Personal Branding nasce dalla consapevolezza di se stessi, dalla propria filosofia, dagli interessi e da ciò che vuoi comunicare. Gestire il marchio personale vuol dire gestire se stessi e determinare la propria identità. È un’azione che interviene nel profondo della propria personalità, non solo in superficie.
Questa fase è la più importante. Certamente richiede tempo e sacrifici, ma aiuta a guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri. Questo è il primo passo sulla strada per il successo. Quale sarà il secondo?

Make me feel important: strumenti utili per far conoscere il tuo marchio

Per iniziare a costruire il successo intorno a noi e per far conoscere al pubblico il nostro lato migliore, saranno indispensabili alcuni strumenti, che dobbiamo imparare ad usare correttamente. In realtà non è importante in quale settore lavoriamo, se vogliamo vendere qualcosa oppure pubblicizzare dei servizi, o quali sono i nostri obiettivi dettagliati.
Per chi padroneggia bene internet e le sue potenzialità, i tools descritti qui sotto non saranno probabilmente completamente nuovi.

Dunque quali sono gli strumenti digitali che puoi utilizzare per rendere stesso una persona interessante? E dove cominciare per farsi conoscere?

– Blog & Pagina web
Non è obbligatorio utilizzare questo tool. Crea il tuo blog o pagina web solo quando sei in grado di esprimere bene le tue opinioni e i tuoi interessi, in modo che le persone che leggono i tuoi contenuti capiscano che sei davvero un esperto del campo;

Facebook
Facebook è una piattaforma che agisce perfettamente sia su contatti privati che tra le aziende e i suoi clienti. Prima di decidere di utilizzare questo strumento, si deve capire perfettamente qual è il nostro target. Questo costituirà la base per creare campagne e pubblicità.

Twitter
I professionisti di Twitter hanno trovato il modo per utilizzare questa piattaforma per offerte commerciali e hanno costruito relazioni sviluppando marchi personali di successo su Twitter. Tuttavia, troppe persone hanno aderito alla comunità semplicemente perché sanno che è importante presidiare questo social, ma non hanno preparato un piano adeguato. Cerca di evitare questo errore prima di creare un account. Nello stesso tempo ricordati che i post che pubblichi su Twitter devono essere concisi e contenere solo 140 caratteri.

LinkedIn
Dal momento in cui è sorto in Internet, sta diventando sempre più famoso e utile. LinkedIn è una piattaforma soprattutto per professionisti, che possono scambiarsi idee, condividere informazioni sulle proprie aziende, o cercare e offrire opportunità di lavoro;

YouTube
Serve assolutamente a persone che hanno un grande carisma, a chi non ha paura di parlare di fronte ad una videocamera e sa attirare l’attenzione del pubblico. I cosiddetti marketing influencers, che sanno utilizzare YouTube, sono in grado di arrivare a millioni di iscritti, che seguono ogni video caricato nel proprio canale.

Nessuno mette più in dubbio che la presenza sui social media o avere un blog è una strategia giusta di personal branding. Tuttavia creare un account non basta. Bisogna sempre lavorare sulla visibilità online, che deve seguire gli scopi definiti all’inizio. Il nostro pubblico dovrebbe vedere che gli spazi online in cui siamo presenti e visibili si integrano a vicenda e rappresentano lo stesso punto di vista.

Il marchio personale ha molte applicazioni pratiche e offre sia un vantaggio competitivo sulla nostra concorrenza, che una garanzia ai clienti che ciò prometti sarà rispettato. La creazione di un marchio personale deve, tuttavia, essere fondata su solide basi. In termini di creazione, il personal branding è un processo relativamente veloce. L’attuazione invece diventa sempre più complessa. Soprattutto non sono da sottovalutare le attività permanenti – ovvero quelle che servono per il mantenimento della propria identità – e quelle di lungo termine, perché qualsiasi incongruenza sarà facile da identificare. È sufficiente smettere di lavorare per un breve periodo di tempo per essere anticipato da un’altra forte personalità, che sia in grado ad stare in prima fila.

Vuoi imparare a costruire il tuo marchio personale con una identità chiara? Scopri tutte le tecniche e come utilizzare gli strumenti con il corso dedicato al Personal Branding, che ti aiuterà ad aumentare il valore del tuo brand! Scopri i dettagli del corso e…
Ci vediamo l’11 febbraio a Civitanova Marche!

Coaching, questo nuovo sconosciuto amico!

Coaching, questo nuovo sconosciuto amico!

Hai un problema al lavoro? Non vai d’accordo con tuo figlio? Vorresti giocare meglio a tennis? La tua azienda non fattura abbastanza? Vorresti una vita migliore?

Beh, la risposta è una sola allora …COACHING SUBITO!

Il coaching è indubbiamente un fenomeno sempre più generalizzato, del quale si promettono vaste applicazioni, spesso però, a mio giudizio, senza comprendere appieno il suo intimo significato. Ne consegue un abuso e spesso una confusione generalizzata sul fenomeno, che almeno in Italia è evidente.

Diciamo subito che c’è coaching e coaching, con questo articolo vorrei condividere con voi quello che è per me il coaching e quello che non è, e darvi dei consigli pratici su come scegliere il coaching giusto per voi ed aumentare al massimo la probabilità di avere un percorso di successo.

Bene, partiamo subito dicendo che il coaching è prima di tutto una relazione facilitante tra 2 persone: il coach ed il coachee; all’interno di questa relazione si sviluppano situazioni virtuose, che dovrebbero portare il coachee a raggiungere un futuro desiderato.

La relazione in questione si costituisce grazie ad una serie di incontri e un rapporto di fiducia/ascolto/accoglienza/alleanza, all’interno del quale stimolare l’attivazione della persona, per permetterle di raggere gli obiettivi prefissati, promuovendo lo sfruttamento del potenziale del soggetto coinvolto.

Il buon coach: ascolta, fa domande, non decide per voi, facilita il vostro dialogo interiore e supporta una decisione e un’azione che rimanga nelle vs disponibilità, restituisce, rimanda, chiede conferme e, fondamentalmente attraverso delle sessioni, esplora i seguenti ambiti:

1- presente percepito
2- futuro desiderato
3- potenziale
4- obiettivi
5- piani d’azione
6- monitoraggio

In ognuna di queste esplorazioni, il buon coach cerca di facilitare l’armonia tra ciò che la persona fa, ciò che la persona ha, ciò che la persona sa, ciò che la persona pensa, ciò che vuole e ciò che sente. L’armonia e la coerenza tra queste dimensioni producono un agire virtuoso, dal quale il coachee trae beneficio ed efficacia.

Come ciò avviene dipende dalla formazione del coach ed esistono in Italia degli istituti e delle associazioni che definiscono le linee guida all’interno delle quali è giusto poter usare questa parola; il consiglio è affidarsi a qualcuno che si sia formato in organizzazioni riconosciute, quanto meno.

Il coaching quindi è:

• maieutica
• relazione facilitante
• sviluppo del potenziale
• autodefinizione di obiettivi
• strumento di evoluzione
• monitoraggio e miglioramento continuo

Il coaching non è:

• psicoterapia
• la panacea di tutti i mali
• un qualcosa che si improvvisa
• un percorso standardizzabile
• deresponsabilizzazione
• consulenza aziendale

Pertanto, se vi troverete a valutare un coach, per voi o per la vostra azienda, prima di iniziare cercate di capire:

1- se avete l’empatia giusta con il coach a livello individuale
2- se l’approccio seguito è quello che fa per voi
3- se avete la reale intenzione e le giuste motivazioni per supportare il processo
4- se siete pronti realmente a mettervi in discussione
5- se potete sopportare il costo collegato al processo
6- se siete pronti a continuare la strada del miglioramento anche da soli

Bene, detto questo, lasciamoci con una domanda: il coaching funziona?
La maggior parte delle grandi aziende e dei grandi manager che io abbia incontrato ne fa uso, pertanto direi che sicuramente qualcosa di buono c’è, l’importante è scegliere l’approccio più adatto per voi e lavorare sodo per migliorare, in un’ottica di lungo periodo.

Trans-disciplinarity

TRANSDISCIPLINARITÀ – LA NUOVA FRONTIERA DEL PROBLEM SOLVING

TRANSDISCIPLINARITÀ – LA NUOVA FRONTIERA DEL PROBLEM SOLVING

In un momento storico in cui siamo a contatto con macchine piene dei dati più disparati, su soggetti ed argomenti diversi, ma sempre tutti interconnessi, tra le altre skills del futuro nasce e cresce la necessità di sviluppare la cosiddetta “transdisciplinarità”.

La conoscenza non è più unitaria: ci troviamo davanti ad una enorme complessità della realtà, per cui la semplice giustapposizione di discipline non è più sufficiente. Per affrontare problemi complessi serve un approccio complesso, un’integrazione di punti di vista, la transdisciplinarità per l’appunto. Questo è anche il cardine dell’opera del CIRET – Centre International de Recherches et Études Transdisciplinaires, un’associazione, nata a Parigi nel 1987, che si pone lo scopo di sviluppare la sua attività di ricerca con un nuovo approccio scientifico e culturale, basato, ovviamente, sulla transdisciplinarità, derivante dall’influenza reciproca e continua delle diverse scienze esistenti.

VEDIAMO NEL DETTAGLIO COS’È LA TRANSDISCIPLINARITÀ

“Transdisciplinarity is the “intellectual space” where the nature of the manifold links among isolated issues can be explored and unveiled, the space where issues are rethought, alternatives reconsidered, and interrelations revealed.” (UNESCO – Division of Philosophy and Ethics, 1998)

Secondo la definizione dell’Unesco, la transdisciplinarità è quello spazio intellettuale dove le connessioni tra diversi argomenti isolati possono essere esplorate e svelate.

In altre parole, consiste nell’essere in grado di maneggiare facilmente questa diversità di argomenti e le relazioni tra di essi. Se si connettono e si integrano le persone e gli argomenti di discussione, e se aumenta la complessità, perché non si dovrebbero connettere ed integrare le competenze personali?

Il concetto di competenza specialistica, con conseguente ed inevitabile frammentazione della conoscenza, è ormai superato, facciamocene una ragione!

Per comprendere e fronteggiare la complessità moderna e l’immensità di informazioni e problemi a cui siamo esposti continuamente, è necessario creare dei processi complessi ed integrati, perché la semplice mono-disciplinarità, lasciateci passare il termine, non riesce più a rispondere a determinate domande.

La peculiarità del problem solving tramite approccio transdisciplinare sta nel modo in cui le discipline che entrano in gioco collaborano per arrivare al loro scopo ultimo, peculiarità che lo distingue da quello multi- e interdisciplinare.

MULTIDISCIPLINARITÀ

La multidisciplinarità affronta il problema di fondo unendo più discipline in maniera puramente “additiva”, senza un vero e proprio dialogo. Hugh G. Petrie evidenzia come generalmente questo abbia inoltre delle conseguenze solo nel breve termine. È così infatti che lo definisce: “it is a group work rather than a team work”. Un lavoro di gruppo e non di squadra, fatto di tanti punti di vista messi insieme che vogliono raggiungere uno stesso scopo.

INTERDISCIPLINARITÀ

L’interdisciplinarità muove in una direzione un po’ più integrante rispetto alla precedente: in questo caso le discipline si modificano nei loro concetti o strumenti, per mezzo di altre. In questo approccio però, quelle che collaborano e si modificano sono delle discipline vicine tra loro, che per loro natura hanno dei punti di raccordo.

Il termine transdisciplinarità nasce invece nel 1970 ad opera di Jean Piaget, psicologo, filosofo e biologo Svizzero. La definizione indica un approccio che allo stesso tempo oltrepassa ed intreccia diverse discipline, passando per il rifiuto della frammentarietà della conoscenza, puntando invece ad una comprensione integrata ed unitaria del mondo.

Avete notato come si sviluppino sempre nuove discipline, cosiddette di frontiera?
Meccatronica, biotecnologie ecc, tutte nascono dal matrimonio di due scienze, dal genio di individui che hanno saputo unirle e farle parlare, che hanno saputo gestire al meglio la complessità di alcuni fenomeni, e la diversità delle due discipline, creando una sinergia tra di esse, dando vita a qualcosa di nuovo. Solo con l’unione di due punti di vista così diversi si è potuto risolvere problemi ed analizzare fattori finora rimasti nel buio.

Ed è proprio questa sinergia che contraddistingue l’approccio transdisciplinare dai precedenti, quello multidisciplinare e interdisciplinare.

Nell’approccio transdisciplinare non si tratta di un’addizione di discipline, ma di una loro collaborazione e modificazione reciproca. Come un’orchestra fatta da strumenti che suonano insieme per creare una melodia, non è l’orchestra più numerosa quella migliore, o quella che ha al suo interno i musicisti che suonano meglio i loro strumenti. È quella che sa coordinare e sfruttare al meglio tutti i suoi componenti, per quanto diversi, dando vita alla musica più bella, tramite la perfetta sincronizzazione e collaborazione del gruppo.

In questo momento di unione, l’approccio non si deve ridurre però all’applicazione di procedure automatiche già radicate nelle singole discipline, o di formule pronte all’uso; piuttosto si devono seguire dei criteri esistenti, creando però ex-novo dei processi più complessi ed integrati.

Prendiamo l’esempio della meccatronica. Mette insieme meccanica, elettronica ed informatica, per realizzare dei sistemi meccanici intelligenti, tramite l’utilizzo di software informatici e circuiti elettrici. Non si tratta solo di collegare i componenti, ma di far in modo che la vita quotidiana sia semplificata, tramite la creazione di prodotti “smart”, che cambiano funzionamento grazie all’automazione ed appunto all’integrazione delle tre discipline.

Solo coordinando diverse discipline e superando i loro singoli confini si potrà espandere ancora e continuamente la conoscenza, rispondendo alla sempre crescente complessità del mondo moderno, finché – forse utopisticamente parlando – si potrà raggiungere la conoscenza universale ed unitaria.

COWORKING e IL POTENZIALE TRANSDISCIPLINARE

Lavoro sempre più flessibile, startup e freelance alla riscossa, aziende con collaboratori esterni. Cosa comporta tutto questo e cosa c’entra con la transdisciplinarità?

Tutti i fattori nominati sopra comportano un cambiamento nel concepimento del lavoro e degli spazi lavorativi: sta infatti prendendo sempre più piede il cosiddetto Coworking.

“Cowo-cosa?!?!”

Coworking. Collaborare, condividere, connettere idee e persone.
È un nuovo stile lavorativo in cui professionisti, provenienti anche da ambiti ed esperienze molto diversi, possono usufruire di spazi e risorse comuni. Si svolgono i propri lavori in uffici condivisi, con la possibilità di interagire in ogni momento. Il principio motore deve essere la voglia di collaborare e di far nascere una sinergia.

Ricordate questa parola magica: sinergia? Cos’è che distingue la transdisciplinarità dalla multi- e dalla interdisciplinarità? ESATTO! La sinergia tra le discipline che lavorano insieme.

Se alla base del coworking c’è questa stessa predisposizione sinergica dei membri, significa che all’interno di ogni spazio c’è un potenziale di approccio transdisciplinare da esplorare.
Fermi tutti! Con questo non vogliamo dire che tutti dovremmo puntare alla creazione sfrenata di coworking, né all’abbandono delle aziende tradizionali!!!

Vogliamo solo constatare e farvi capire come la transdisciplinarità non sia un concetto astratto. La troviamo nella vita di tutti i giorni, non fa parte solo della ricerca scientifica illuminata, che tenta di risolvere problemi centenari, a cui solo i cervelloni possono far fronte.

Collaborando, con l’aiuto di spazi che favoriscano la creazione di idee innovative, si possono trovare soluzioni mai esplorate prima!

Due discipline o settori di impiego da soli non bastano, quindi. C’è bisogno di persone. Persone che con il loro spirito creativo e la loro voglia di dar vita a quella sinergia, siano in grado di portare innovazione e di rispondere a domande ancora in attesa.

CARATTERISTICHE DELLA TRANSDISCIPLINARITÀ

Superando i confini delle singole scienze, la transdisciplinarità può rispondere a queste domande e necessità, grazie ad alcune sue caratteristiche:

COLLABORAZIONE: nell’approccio transdisciplinare la collaborazione la fa da cardine. Collaborano persone – scienziati, ricercatori o studiosi in genere -, tematiche, metodi, stakeholders, ecc. Questo comporta una grande eterogeneità nel processo di problem solving e una grande dose di pazienza, mentre si cerca di raggiungere un accordo. Ma quando l’accordo è raggiunto, si superano confini inesplorati!

METODOLOGIA IN EVOLUZIONE: proprio dalla collaborazione si ottiene un processo, sempre in divenire, di sviluppo della metodologia di approccio al problema. Si riflette, si modifica in base al contesto, alle domande e alle ricerche, si innova continuamente!

ORIENTAMENTO AL PROBLEMA: l’unione di due discipline non nasce dal nulla, ma al contrario viene pensata e genera da un problema che deve essere risolto, da una domanda che necessita di risposte. Senza un problema complesso non esisterebbe transdisciplinarità. Si rimarrebbe fermi al passato, senza bisogno di creare delle novita!

TRANSDISCIPLINARITÀ, COMUNICAZIONE E SOCIETÀ

Mai come oggi si era arrivati ad un livello tale di educazione e quindi di conoscenza da parte della società, così come di sviluppo dell’informazione e della comunicazione.
Tutto questo, unito alla dipendenza dell’approccio transdisciplinare dal contesto (vedi le 3 caratteristiche sopracitate), fa sì che la società si ponga in un’ottica sempre più di comunicazione reciproca con la scienza.

Siamo abituati all’idea che la scienza comunichi con la società. Infatti, da sempre, studiosi di ogni genere divulgano le loro scoperte alla società, che le accetta come vere ed autorevoli.

Ma se il processo di sviluppo scientifico ora è transdisciplinare e se la comunicazione è alla base di questo sviluppo, anche la scienza inizia ad ascoltare la società e la società inizia a fare domande. Assistiamo ad un avvicinamento tra le due e per questo motivo, quando si fanno nuove scoperte, si deve tener conto, non solo delle loro applicazioni, ma anche delle implicazioni che possono comportare e a cui si dovrà rispondere.

TRANSDISCIPLINARITÀ IN SINTESI

Dunque, questa parolina magica cosa indica e cosa comporta?
Rappresenta la capacità di superare la complessità della realtà, maneggiando le connessioni tra diverse discipline, in un’ottica di collaborazione e sinergia di quest’ultime. Questa collaborazione prevede l’utilizzo di processi complessi ed integrati, creati ad hoc e nati dalla creatività, che portano all’innovazione tecnico-scientifica costante.

Ritroviamo una possibile manifestazione concreta, o se vogliamo un’aura di possibile transdisciplinarità nella vita di tutti i giorni nei cosiddetti coworking, spazi di lavoro aggreganti in cui menti diverse possono lavorare insieme in vista di una sinergia comune.

Gli elementi che contraddistinguono la transdisciplinarità sono 3: collaborazione, evoluzione delle metodologie ed orientamento al problema.

In un momento storico in cui educazione, tecnologia e comunicazione la fanno da padrone, la società è diventata un altro aspetto fondamentale nello sviluppo dell’approccio transdisciplinare: la scienza non può più agire senza tener conto della società di riferimento.

Noi ci proviamo sempre ad essere transdisciplinari. Se vuoi imparare ad essere transdisciplinare con noi ed essere in aggiornamento continuo, non perdere di vista i nostri canali!