L’intelligenza sociale – soft skill del futuro

Possiamo imparare delle cose nuove ogni giorno, installare i nuovi applicazioni o comprare hardware per far diventare il nostro lavoro sempre più facile. Tuttavia, oltre alla tecnologia non dimentichiamoci di imparare anche come vivere nel mondo reale anche questa capacità è fondamentale per il futuro delle ns professioni.

La comunicazione vince sulla tecnologia

Può sembrare che le competenze del futuro riguardino solo tutto ciò che collega la tecnologia e le nuove invenzioni. Tra tutte le conquiste della modernità non si deve dimenticare che la cosa più importante dovrebbe essere la capacità di comunicare con le altre persone. Non è solo con la famiglia, gli amici e il partner, ma anche con le persone che incontriamo nell’ambiente di lavoro. E ‘stato dimostrato che la qualità di questi rapporti ha un impatto non solo sui risultati conseguiti, ma anche sul nostro corpo.

Per stare bene lavorando con gli altri, l’uomo dovrebbe distinguersi per un’abilità speciale, in cui i computer non sono in grado di superarci. Questa abilità utilizza enorme sia moltissima potenza del cervello che la capacità di percepire le emozioni. Di cosa si tratta? Dell’intelligenza sociale! Cioè capacità di interagire con gli altri, comprendere e stimolare le reazioni altrui, creando delle relazioni.

Tutti sappiamo che per ottenere effetti spettacolari – sia sul livello personale che professionale – dobbiamo saper collaborare con gli altri. Capita che dubitiamo di questo e ci sembra di essere in grado di fare tutto da soli. 🙂 Riuscire a creare, mantenere relazioni e percepire le emozioni cioè saper leggere tra le righe, è nient’altro che un semplice elemento di intelligenza sociale. Una volta che lo abbiamo imparato, la vita diventerà molto più facile sia per noi che per i nostri collaboratori.

Per molti anni si parlava di più di un diverso tipo di intelligenza, che ha descritto Daniele Goleman nel 1995 in un libro estremamente popolare “Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ”. Undici anni dopo pubblica “Social Intelligence: The New Science of Human Relationships” che – come il libro precedente – descrive la potenza del nostri cervelli e l’importanza delle emozioni. Grazie alle sue ricerche adesso la intelligenza sociale viene considerata come una delle soft skills più desiderati che vale la pena praticare.

Lavori in squadra? L’intelligenza sociale ti farà brillare!

Questa soft skill ha una grande importanza per l’ambiente di lavoro, in cui deve lavorare insieme un gruppo di persone.

Comprensione e sostegno reciproci, comportamenti di condivisione nel gruppo , scambi proficui di opinioni fanno funzionare meglio i gruppi e danno loro spessore, tutto questo nn si verificherebbe senza intelligenza sociale.
Forse non a tutti piace lavorare in gruppo e contare sugli altri. Tuttavia in qualsiasi lavoro è necessario il contatto con le persone, anche tra il capo e il dipendente, o il dipendente e il cliente.

Per una persona che percepisce meglio le emozioni degli altri, è empatica e amichevole, è molto più facile diventare un buon leader o un capo. La gestione di un team è una grande responsabilità che ha bisogno di questa soft skill per migliorare l’ambiente di lavoro rendendolo più efficace.

Intelligente sociale vuol dire più salute?

Le persone che ci circondiamo e le nostre relazioni con loro hanno un impatto su come funziona il nostro corpo. Prendersi cura di persone è quindi nel nostro interesse – questa idea viene fuori nel libro “Social Intelligence…”. Goleman chiarisce che le informazioni delle emozioni di altre persone vengono trasmessi al cervello in un altro modo di informazioni elaborate come più consapevole. Lo psicologo era sicuro che i rapporti con gli altri influenzano il funzionamento del nostro corpo e comportamento – questa era la conclusione del suo libro del 2006. Pertanto, i buoni rapporti con gli altri sono come le vitamine e cattivi – come un veleno. Quindi, come possiamo vivere per ottenere il maggior numero di “vitamine”. Quale sono le persone con l’intelligenza sociale che possono darci un buon esempio per seguire?

Non interrompono a nessuno
Le persone con l’intelligenza sono dei grandi interlocutori. Non sentono il bisogno di interrompere o o stare in centro dell’attenzione.

Non sono sempre concentrati su se stessi
Le persone dotate di intelligenza sociale conoscono il loro valore e stanno lavorando sul loro sviluppo personale. Nello stesso tempo sanno perfettamente che le relazioni richiedono tempo e attenzione.

Non giudicano gli altri per dimostrare la loro ragione
L’intelligenza sia emotiva che sociale si manifesta tra l’altro nel fatto che una persona è in grado di capire le differenze che esistono tra noi e riuscire lavorare in gruppo.

Non cercano di influenzare l’opinione degli altri
Questa è una delle competenze più importanti di una persona con intelligenza sociale. I Sentimenti degli altri sono “solo “ degli altri. Pertanto, si dovrebbe parlare con qualsiasi persona con rispetto e pazienza.

Sono tranquilli e in grado di modulare la voce
Il modo migliore per affrontare qualsiasi problema è l’assertività. La rabbia e l’aggressività portano più problemi che soluzioni. Persone socialmente intelligenti hanno la forza di fare quello che vogliono. Riescono ad ascoltare e partecipare alla discussione e sono in grado a riferirsi a persone che sono intorno a loro in modo appropriato.

Raramente criticano
Persone che sono in grado di capire gli altri sempre sanno come trovare qualcosa di buono nel loro comportamento. Questa capacità risulta da un livello di fiducia e il fatto che queste persone stanno cercando di imparare qualcosa da ogni situazione.

Entrano in contatto invece di aspettare
Le persone con intelligenza sociale sanno che le relazioni sociali sono basate su sforzo reciproco.

Anche se non tutti da noi siamo nati con intelligenza sociale più sviluppato, ognuno – se ci prova – può migliorarsi. Lo dovremmo capire che i soft skills sono le abilità del futuro e insieme con conoscenza dei nuovi media, gestione del carico informativo e decision making, l’intelligenza sociale ha un’ importanza sempre più grande. Associata con l’intelligenza emotiva consiste fra l’altro capacità di autocontrollo, auto-creazione e comprensione le proprie emozioni cioè tutto quello che ci fa stare bene nel nostro mondo sia professionale che personale.

Trans-disciplinarity

TRANSDISCIPLINARITÀ – LA NUOVA FRONTIERA DEL PROBLEM SOLVING

TRANSDISCIPLINARITÀ – LA NUOVA FRONTIERA DEL PROBLEM SOLVING

In un momento storico in cui siamo a contatto con macchine piene dei dati più disparati, su soggetti ed argomenti diversi, ma sempre tutti interconnessi, tra le altre skills del futuro nasce e cresce la necessità di sviluppare la cosiddetta “transdisciplinarità”.

La conoscenza non è più unitaria: ci troviamo davanti ad una enorme complessità della realtà, per cui la semplice giustapposizione di discipline non è più sufficiente. Per affrontare problemi complessi serve un approccio complesso, un’integrazione di punti di vista, la transdisciplinarità per l’appunto. Questo è anche il cardine dell’opera del CIRET – Centre International de Recherches et Études Transdisciplinaires, un’associazione, nata a Parigi nel 1987, che si pone lo scopo di sviluppare la sua attività di ricerca con un nuovo approccio scientifico e culturale, basato, ovviamente, sulla transdisciplinarità, derivante dall’influenza reciproca e continua delle diverse scienze esistenti.

VEDIAMO NEL DETTAGLIO COS’È LA TRANSDISCIPLINARITÀ

“Transdisciplinarity is the “intellectual space” where the nature of the manifold links among isolated issues can be explored and unveiled, the space where issues are rethought, alternatives reconsidered, and interrelations revealed.” (UNESCO – Division of Philosophy and Ethics, 1998)

Secondo la definizione dell’Unesco, la transdisciplinarità è quello spazio intellettuale dove le connessioni tra diversi argomenti isolati possono essere esplorate e svelate.

In altre parole, consiste nell’essere in grado di maneggiare facilmente questa diversità di argomenti e le relazioni tra di essi. Se si connettono e si integrano le persone e gli argomenti di discussione, e se aumenta la complessità, perché non si dovrebbero connettere ed integrare le competenze personali?

Il concetto di competenza specialistica, con conseguente ed inevitabile frammentazione della conoscenza, è ormai superato, facciamocene una ragione!

Per comprendere e fronteggiare la complessità moderna e l’immensità di informazioni e problemi a cui siamo esposti continuamente, è necessario creare dei processi complessi ed integrati, perché la semplice mono-disciplinarità, lasciateci passare il termine, non riesce più a rispondere a determinate domande.

La peculiarità del problem solving tramite approccio transdisciplinare sta nel modo in cui le discipline che entrano in gioco collaborano per arrivare al loro scopo ultimo, peculiarità che lo distingue da quello multi- e interdisciplinare.

MULTIDISCIPLINARITÀ

La multidisciplinarità affronta il problema di fondo unendo più discipline in maniera puramente “additiva”, senza un vero e proprio dialogo. Hugh G. Petrie evidenzia come generalmente questo abbia inoltre delle conseguenze solo nel breve termine. È così infatti che lo definisce: “it is a group work rather than a team work”. Un lavoro di gruppo e non di squadra, fatto di tanti punti di vista messi insieme che vogliono raggiungere uno stesso scopo.

INTERDISCIPLINARITÀ

L’interdisciplinarità muove in una direzione un po’ più integrante rispetto alla precedente: in questo caso le discipline si modificano nei loro concetti o strumenti, per mezzo di altre. In questo approccio però, quelle che collaborano e si modificano sono delle discipline vicine tra loro, che per loro natura hanno dei punti di raccordo.

Il termine transdisciplinarità nasce invece nel 1970 ad opera di Jean Piaget, psicologo, filosofo e biologo Svizzero. La definizione indica un approccio che allo stesso tempo oltrepassa ed intreccia diverse discipline, passando per il rifiuto della frammentarietà della conoscenza, puntando invece ad una comprensione integrata ed unitaria del mondo.

Avete notato come si sviluppino sempre nuove discipline, cosiddette di frontiera?
Meccatronica, biotecnologie ecc, tutte nascono dal matrimonio di due scienze, dal genio di individui che hanno saputo unirle e farle parlare, che hanno saputo gestire al meglio la complessità di alcuni fenomeni, e la diversità delle due discipline, creando una sinergia tra di esse, dando vita a qualcosa di nuovo. Solo con l’unione di due punti di vista così diversi si è potuto risolvere problemi ed analizzare fattori finora rimasti nel buio.

Ed è proprio questa sinergia che contraddistingue l’approccio transdisciplinare dai precedenti, quello multidisciplinare e interdisciplinare.

Nell’approccio transdisciplinare non si tratta di un’addizione di discipline, ma di una loro collaborazione e modificazione reciproca. Come un’orchestra fatta da strumenti che suonano insieme per creare una melodia, non è l’orchestra più numerosa quella migliore, o quella che ha al suo interno i musicisti che suonano meglio i loro strumenti. È quella che sa coordinare e sfruttare al meglio tutti i suoi componenti, per quanto diversi, dando vita alla musica più bella, tramite la perfetta sincronizzazione e collaborazione del gruppo.

In questo momento di unione, l’approccio non si deve ridurre però all’applicazione di procedure automatiche già radicate nelle singole discipline, o di formule pronte all’uso; piuttosto si devono seguire dei criteri esistenti, creando però ex-novo dei processi più complessi ed integrati.

Prendiamo l’esempio della meccatronica. Mette insieme meccanica, elettronica ed informatica, per realizzare dei sistemi meccanici intelligenti, tramite l’utilizzo di software informatici e circuiti elettrici. Non si tratta solo di collegare i componenti, ma di far in modo che la vita quotidiana sia semplificata, tramite la creazione di prodotti “smart”, che cambiano funzionamento grazie all’automazione ed appunto all’integrazione delle tre discipline.

Solo coordinando diverse discipline e superando i loro singoli confini si potrà espandere ancora e continuamente la conoscenza, rispondendo alla sempre crescente complessità del mondo moderno, finché – forse utopisticamente parlando – si potrà raggiungere la conoscenza universale ed unitaria.

COWORKING e IL POTENZIALE TRANSDISCIPLINARE

Lavoro sempre più flessibile, startup e freelance alla riscossa, aziende con collaboratori esterni. Cosa comporta tutto questo e cosa c’entra con la transdisciplinarità?

Tutti i fattori nominati sopra comportano un cambiamento nel concepimento del lavoro e degli spazi lavorativi: sta infatti prendendo sempre più piede il cosiddetto Coworking.

“Cowo-cosa?!?!”

Coworking. Collaborare, condividere, connettere idee e persone.
È un nuovo stile lavorativo in cui professionisti, provenienti anche da ambiti ed esperienze molto diversi, possono usufruire di spazi e risorse comuni. Si svolgono i propri lavori in uffici condivisi, con la possibilità di interagire in ogni momento. Il principio motore deve essere la voglia di collaborare e di far nascere una sinergia.

Ricordate questa parola magica: sinergia? Cos’è che distingue la transdisciplinarità dalla multi- e dalla interdisciplinarità? ESATTO! La sinergia tra le discipline che lavorano insieme.

Se alla base del coworking c’è questa stessa predisposizione sinergica dei membri, significa che all’interno di ogni spazio c’è un potenziale di approccio transdisciplinare da esplorare.
Fermi tutti! Con questo non vogliamo dire che tutti dovremmo puntare alla creazione sfrenata di coworking, né all’abbandono delle aziende tradizionali!!!

Vogliamo solo constatare e farvi capire come la transdisciplinarità non sia un concetto astratto. La troviamo nella vita di tutti i giorni, non fa parte solo della ricerca scientifica illuminata, che tenta di risolvere problemi centenari, a cui solo i cervelloni possono far fronte.

Collaborando, con l’aiuto di spazi che favoriscano la creazione di idee innovative, si possono trovare soluzioni mai esplorate prima!

Due discipline o settori di impiego da soli non bastano, quindi. C’è bisogno di persone. Persone che con il loro spirito creativo e la loro voglia di dar vita a quella sinergia, siano in grado di portare innovazione e di rispondere a domande ancora in attesa.

CARATTERISTICHE DELLA TRANSDISCIPLINARITÀ

Superando i confini delle singole scienze, la transdisciplinarità può rispondere a queste domande e necessità, grazie ad alcune sue caratteristiche:

COLLABORAZIONE: nell’approccio transdisciplinare la collaborazione la fa da cardine. Collaborano persone – scienziati, ricercatori o studiosi in genere -, tematiche, metodi, stakeholders, ecc. Questo comporta una grande eterogeneità nel processo di problem solving e una grande dose di pazienza, mentre si cerca di raggiungere un accordo. Ma quando l’accordo è raggiunto, si superano confini inesplorati!

METODOLOGIA IN EVOLUZIONE: proprio dalla collaborazione si ottiene un processo, sempre in divenire, di sviluppo della metodologia di approccio al problema. Si riflette, si modifica in base al contesto, alle domande e alle ricerche, si innova continuamente!

ORIENTAMENTO AL PROBLEMA: l’unione di due discipline non nasce dal nulla, ma al contrario viene pensata e genera da un problema che deve essere risolto, da una domanda che necessita di risposte. Senza un problema complesso non esisterebbe transdisciplinarità. Si rimarrebbe fermi al passato, senza bisogno di creare delle novita!

TRANSDISCIPLINARITÀ, COMUNICAZIONE E SOCIETÀ

Mai come oggi si era arrivati ad un livello tale di educazione e quindi di conoscenza da parte della società, così come di sviluppo dell’informazione e della comunicazione.
Tutto questo, unito alla dipendenza dell’approccio transdisciplinare dal contesto (vedi le 3 caratteristiche sopracitate), fa sì che la società si ponga in un’ottica sempre più di comunicazione reciproca con la scienza.

Siamo abituati all’idea che la scienza comunichi con la società. Infatti, da sempre, studiosi di ogni genere divulgano le loro scoperte alla società, che le accetta come vere ed autorevoli.

Ma se il processo di sviluppo scientifico ora è transdisciplinare e se la comunicazione è alla base di questo sviluppo, anche la scienza inizia ad ascoltare la società e la società inizia a fare domande. Assistiamo ad un avvicinamento tra le due e per questo motivo, quando si fanno nuove scoperte, si deve tener conto, non solo delle loro applicazioni, ma anche delle implicazioni che possono comportare e a cui si dovrà rispondere.

TRANSDISCIPLINARITÀ IN SINTESI

Dunque, questa parolina magica cosa indica e cosa comporta?
Rappresenta la capacità di superare la complessità della realtà, maneggiando le connessioni tra diverse discipline, in un’ottica di collaborazione e sinergia di quest’ultime. Questa collaborazione prevede l’utilizzo di processi complessi ed integrati, creati ad hoc e nati dalla creatività, che portano all’innovazione tecnico-scientifica costante.

Ritroviamo una possibile manifestazione concreta, o se vogliamo un’aura di possibile transdisciplinarità nella vita di tutti i giorni nei cosiddetti coworking, spazi di lavoro aggreganti in cui menti diverse possono lavorare insieme in vista di una sinergia comune.

Gli elementi che contraddistinguono la transdisciplinarità sono 3: collaborazione, evoluzione delle metodologie ed orientamento al problema.

In un momento storico in cui educazione, tecnologia e comunicazione la fanno da padrone, la società è diventata un altro aspetto fondamentale nello sviluppo dell’approccio transdisciplinare: la scienza non può più agire senza tener conto della società di riferimento.

Noi ci proviamo sempre ad essere transdisciplinari. Se vuoi imparare ad essere transdisciplinare con noi ed essere in aggiornamento continuo, non perdere di vista i nostri canali!

cross-culturale

E tu, sei cross-culturale? – 5 principi per lavorare in un villaggio globale

E TU, SEI CROSS-CULTURALE? – 5 PRINCIPI PER LAVORARE IN UN VILLAGGIO GLOBALE

Definizioni preliminari

Conoscerai probabilmente il termine inter-culturale, ma forse non conosci la distinzione che esiste tra questo e il termine cross-culturale.

La differenza forse è sottile, ma è comunque bene evidenziarla.
Entrambi gli aggettivi implicano una relazione, uno scambio tra culture diverse. Tuttavia, nel primo caso lo scambio avviene bi-direzionalmente e implica un cambiamento collettivo di tutti i soggetti, dovuto all’interazione stessa. Nel caso della cross-culturalità invece, la relazione si instaura solitamente per motivi lavorativi o di studio e porta ad una comprensione e accettazione delle differenze, con un conseguente cambiamento, che però in questo caso è solo individuale e non collettivo.

Oggi parliamo quindi di cross-culturalità, perché ci concentriamo su skills del singolo individuo e sulla capacità personale di interagire in ambienti che coinvolgano culture diverse, mentre non tratteremo di cambiamenti collettivi.

La conoscenza di una lingua straniera non è più sufficiente?

Le differenze culturali vengono coinvolte in molti settori della vita, compreso il modo di trattare gli affari e le modalità di cooperazione tra persone di paesi diversi. Essere in grado di parlare in modo fluente una lingua non basta, se non capiamo la cultura e i valori dell’altra persona.

La sviluppo mondiale verso un villaggio globale, la rapida crescita tecnologica e l’apertura dei mercati esteri, oggi, rendono necessarie per le aziende alcune conoscenze che in precedenza non erano richieste. Attualmente, la capacità di cooperazione tra persone di diverse culture è una delle skills più importanti per gli imprenditori che vogliono lavorare sul mercato estero.

Sappiamo tutti che ormai la distanza non è più un ostacolo per lavorare insieme: aziende che collaborano possono trovarsi a migliaia di chilometri, ma rimanere in contatto ogni giorno, telefonicamente o tramite Internet: è sufficiente saper utilizzare i mezzi di comunicazione a disposizione.

Le lingue straniere sono il ponte ideale che permette la comunicazione internazionale, a livello personale, politico, ma anche lavorativo. Tuttavia, la conoscenza del vocabolario specifico e delle strutture grammaticali può comunque non bastare: oltre alla conoscenza della lingua, si deve anche imparare a collaborare con l’altro, anche quando enormi differenze culturali entrano in gioco.

Le dimensioni culturali e l’ambiente di lavoro

Ogni cambiamento provoca stress, per la sensazione di ignoto che trasmette, soprattutto quando si decide di andare a lavorare in un altro paese, tra persone cresciute in condizioni e con abitudini totalmente diverse dalle nostre. La paura e la necessità di adattarsi diventa spesso insopportabile. Per questo motivo alcuni criticano lo sviluppo internazionale, il trasferimento all’estero delle imprese e i confini nazionali sempre più sfumati. In ogni caso, indipendentemente dal fatto che ci si riferisca ad aziende che trasferiscono i suoi prodotti o servizi all’estero, di politica o di relazioni personali, nel XXI secolo tutto questo è realtà: la convivenza di culture diverse – la cross-culturalità.

Il problema delle varie culture nazionali e delle loro differenze non è una novità: ne parlavano già tanti ricercatori del passato. Uno dei più noti è il sociologo olandese Geert Hofstede, che analizzò le differenze esistenti tra le culture. In particolare, nei suoi studi ha riconosciuto le cosiddette “dimensioni culturali”, ovvero degli approcci che le diverse culture hanno riguardo a determinati argomenti.

Vediamole insieme:

* DISTANZA DAL POTERE – definisce i rapporti tra superiori e subordinati, e tra il governo e i cittadini; definisce il grado di accettazione delle disuguaglianze sociali e la tendenza dei superiori a consultarsi con i subordinati, nonché il grado di autorità e di obbedienza ai genitori, ai superiori e al potere;

* INDIVIDUALISMO/COLLETTIVISMO – determina il rapporto tra individuo e gruppo. La maggior parte delle società è solitamente collettivista, ovvero si tratta generalmente di società in cui il singolo tende a puntare più al bene comune che a quello individuale;

* MASCOLINITÀ/FEMMINILITÀ – questa dimensione indica la diversità tra i sessi e i valori prevalenti nelle culture: assertività, ambizione e competitività sono tipiche di culture più maschili, mentre collaborazione e cooperazione sono più femminili;

* RIFIUTO DELL’INCERTEZZA – si determina il grado in cui si è disposti ad accettare l’imprevedibile e l’incertezza nel futuro;

Successivamente, Michael Bond aggiunse un altro parametro:

* ORIENTAMENTO AL LUNGO/BREVE TERMINE: nelle culture con un orientamento al lungo termine, si guarda molto al futuro, mentre quelle orientate al breve hanno una visione circolare del tempo, in cui presente e passato sono in stretta relazione.

L’ultimo fu invece introdotto sulla base delle ricerche di Michael Minkov:

* INDULGENZA/CONTROLLO – esprime la tendenza della società a godere della vita o al contrario ad avere norme di comportamento più rigide.

È importante tenere presenti queste dimensioni quando si assumono persone straniere o si inviano dei lavoratori all’estero, così come quando si decide di lavorare all’estero o in aziende in cui convivono diverse culture. La mancanza di competenze adeguate e della conoscenza delle differenze culturali, può causare non solo la perdita di un contatto commerciale, ma anche errori enormi nelle interazioni.

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Allora cosa fare per ottenere un’ottima competenza cross-culturale ed evitare errori imbarazzanti?

Certamente chi ha avuto esperienze di lavoro con altre culture ha ben capito che la competenza cross-culturale è molto importante. Ignorare abitudini, usi e costumi degli abitanti di un altro paese può influenzare sia la propria carriera all’estero, sia i rapporti con la gente del luogo, e quindi anche il benessere e la vita sociale in ambiente straniero.

Questa apertura mondiale e la diversità culturale è un aspetto ormai comune in diverse realtà lavorative, per cui, i problemi derivanti da barriere linguistiche e abitudini culturali diverse devono essere livellati al più presto.

Quindi, un team multiculturale sarà in grado di lavorare bene insieme se ricorderà in particolare questi aspetti della competenza cross-culturale:

1. CONOSCERE E RISPETTARE LE DIFFERENZE CULTURALI, per ottimizzare le prestazioni della squadra, per capire e tollerare le differenze esistenti tra tutti i lavoratori. Non si tratta solo di riconoscere l’esistenza di queste differenze, ma anche di accettarne determinati aspetti, come le dimensioni culturali riconosciute da Geert Hofstede;

2. STABILIRE DEGLI STANDARD PER LA SQUADRA – quando le differenze culturali saranno riconosciute ed accettate, il passo successivo per il team sarà quello di definire delle norme. Un insieme di regole dovrebbe facilitare una comunicazione chiara, la collaborazione e l’ottimizzazione delle prestazioni della squadra;

3. SVILUPPARE L’IDENTITÀ DELLA SQUADRA E DELINEARE RUOLI E RESPONSABILITÀ – è importante che tutto il team sappia in quale direzione andare e quale sia lo scopo del suo lavoro. Una visione comune contribuisce a creare un’identità di squadra e aiuta a svolgere le attività quotidiane;

4. COMUNICARE ABBONDANTEMENTE – spesso ci può sembrare che i nostri colleghi stranieri ci capiscano al 100%. Tuttavia non è sempre così. La soluzione? Comunicare, comunicare e ancora comunicare! Per essere veramente sicuri della comprensione reciproca, è bene sempre chiedere di parafrasare le proprie parole e parafrasare le parole altrui. Questo ridurrà al minimo eventuali lacune;

5. COSTRUIRE RELAZIONI E FIDUCIA – costruire la fiducia richiede tempo. È importante creare le condizioni per far sì che la squadra possa lavorare insieme efficacemente.

Secondo Quartz, un giornale online americano, è possibile acquisire le competenze interculturali già da bambini, viaggiando all’estero. In questo modo, secondo una ricerca condotta dalla Columbia University, si eliminerebbe la visione egocentrica del mondo, aiutando i bambini ad aprirsi ad altre culture, ad imparare gentilezza ed empatia e a capire come si vive in un ambiente eterogeneo, con persone di cultura, religione, accento o colore della pelle diversi.

RICAPITOLIAMO!

Perché, quindi, abbiamo bisogno di sviluppare la nostra competenza cross-culturale?

Quando ogni giorno a lavoro si incontrano persone di altre culture, si dovrebbero avere le giuste competenze interpersonali, il vocabolario selezionato, gesti e comportamenti che ci permettano di non commettere errori gravi.

Non tutti sono in grado di cambiare completamente ambiente e adattarsi a condizioni diverse da quelle in cui sono cresciuti. Molto dipende anche dalla predisposizione di ognuno.
La tolleranza, l’apertura, la volontà di imparare e un atteggiamento positivo verso l’altro sono solo alcuni degli elementi che sono d’aiuto quando si inizia un’avventura, immersi in una cultura completamente nuova. La competenza cross-culturale certamente è fondamentale per sviluppare queste caratteristiche e sarà d’aiuto anche quando nel proprio paese natale ci si ritroverà a interagire con altre culture.

Pertanto, le competenze cross-culturali dovrebbero essere un must al giorno d’oggi, tanto nel lavoro quanto nella quotidianità. Non possiamo negare di trovarci continuamente faccia a faccia con culture completamente diverse dalla nostra!

RICORDA: non esistono culture migliori o peggiori della nostra, esistono solo culture diverse! È questo il principio fondante che serve per poter lavorare al meglio con l’altro!

Se questo articolo è stato uno spunto di riflessione, se pensi che altri argomenti come questo possano interessarti, se ti interessa essere informato su nuove skills, seguici sui nostri canali e sarai sempre al passo con i tempi!

di Iwona Żabowska

intelligenza sociale

SEI UN ANIMALE SOCIALE? ALLORA L’INTELLIGENZA SOCIALE È LA TUA SKILL!

SEI UN ANIMALE SOCIALE? ALLORA L’INTELLIGENZA SOCIALE È LA TUA SKILL!

Si sa, la tecnologia sta sostituendo o affiancando l’uomo in molte attività quotidiane.
Cosa significa questo, che l’uomo diventerà man mano inutile?
NO! Significa che alcune delle competenze che l’uomo deve sviluppare per spiccare nel lavoro, riguarderanno non solo l’uso della tecnologia, ma sempre più le cosiddette soft skills. Non sai di cosa stiamo parlando? Leggi il nostro articolo sulle future skills!
Una di queste è l’intelligenza sociale.

DANIEL GOLEMAN: L’INTELLIGENZA SOCIALE È…

Daniel Goleman, autore del libro “Social Intelligence: The New Science of Human Relationships”, già nel 2006 affermava che l’intelligenza sociale è la capacità di relazionarsi in maniera appropriata ed efficace in contesti che implichino delle relazioni sociali. Coinvolge elementi come l’empatia, l’egotismo, la comunicazione in tutte le sue forme: in sostanza, possedere un’elevata intelligenza sociale significa comprendere cosa provi l’altro e saper agire in maniera adeguata. Questo processo però è inconscio, per cui non siamo realmente consapevoli di cosa accada dentro di noi quando interagiamo con qualcuno.

Che si tratti di un rapporto di lavoro, familiare, o altro, Goleman afferma che i neuroni a specchio riflettono per l’appunto ciò che l’altro sta provando, ricreando concretamente nel nostro cervello quello che accade nel cervello del nostro interlocutore. Qualsiasi cosa si veda o si percepisca nell’altro, viene quindi fisicamente riproposto in noi.

L’INTELLIGENZA SOCIALE È INNATA O SI ACQUISISCE?

È innata, ma si apprende anche. Il nostro cervello è geneticamente predisposto all’interazione empatica ed efficace, ma allo stesso tempo è per imitazione, proprio grazie ai neuroni a specchio e fin dall’infanzia, che si apprendono determinate pratiche. Osservando gli altri in contesti sociali, si impara ad interagire, e sono le interazioni sociali stesse che nel corso della vita contribuiscono a dare forma e a sviluppare la nostra intelligenza sociale.

Di pari passo con quella sociale, anche l’intelligenza personale si possiede in maniera innata, ma va in un certo senso praticata. Le due, insieme, vanno a creare l’intelligenza emotiva, che comprende tutte le soft skills, ovvero tutte le competenze non tecniche ed intrinseche alla specie umana.

È VERAMENTE IMPORTANTE NEL MONDO DEL LAVORO?

L’intelligenza sociale è una skill fondamentale per eccellere in ambito lavorativo: lavoro di squadra, leadership, customer relations. In tutti questi ambiti, un’elevata intelligenza sociale è ciò che fa brillare l’individuo nei rapporti lavorativi. Se si deve lavorare in gruppo ad un progetto ad esempio, bisogna essere in grado di modulare il proprio comportamento in base al resto della squadra. Se si è un capo, e un BUON capo, si deve capire quali corde andare a toccare per motivare tutti e ciascun lavoratore. Tutto questo implica intelligenza sociale.

ALFABETIZZAZIONE TECNOLOGICA VS UMANIZZAZIONE

In linea con queste idee, John Hagel, co-presidente del Deloitte’s Centre for the Edge, ritiene che le scuole e le università, oramai, debbano mettere al primo posto le soft skills, prettamente umane, e impossibili da replicare nelle macchine. Creatività, immaginazione, intelligenza emozionale ed ovviamente intelligenza sociale, sarebbero da privilegiare rispetto alle materie scientifiche e tecnologiche. Infatti, senza di queste, l’inserimento lavorativo sarebbe con molta probabilità un fallimento: Hagel è fermamente convinto che l’alfabetizzazione tecnologica sia più semplice da acquisire, e più comunemente diffusa o diffondibile, per il semplice fatto che la tecnologia esiste, ci circonda nel quotidiano, e che la quarta rivoluzione industriale è in procinto di diventare una realtà per tutti. L’intelligenza sociale è invece ciò che veramente distingue le diverse persone.

Si dice che l’uomo sia un animale sociale e a quanto pare, quindi, ci sono dei fondamenti scientifici a questa affermazione, se il nostro cervello è biologicamente portato ad allinearsi ai comportamenti altrui. Allineamento che si sviluppa grazie all’ambiente sociale in cui si vive e che contribuisce al successo nel lavoro.

Se queste skills sono così importanti, sarà fondamentale continuare a formarsi e a sviluppare le proprie competenze. A questo pensiamo noi, quindi… Non perdete i nostri aggiornamenti!!

surrealism

LE 7 CARATTERISTICHE DEL SENSEMAKING: Cos’è e cosa fa

LE 7 CARATTERISTICHE DEL SENSEMAKING: Cos’è e cosa fa

Trovare il senso della realtà che ci circonda, in costante movimento. Capire qual è il valore di quello che facciamo, per noi e per gli altri. Anche questo sarà sempre più importante nel futuro, secondo gli studi dell’Institute for the Future riguardo alle future skills. Questa competenza viene chiamata “sensemaking”.

Cos’è il sensemaking?

Il sensemaking ha ricevuto più di una definizione, con sfumature diverse in base al campo di applicazione ed alle scienze di riferimento.
Viene generalmente definito come una serie di processi attuati nel tentativo di dare significato all’esperienza, adattando i dati ricevuti all’interno di una cornice che li organizza, ed allo stesso tempo modellando la stessa cornice sulla base di questi dati.

Ma se ogni individuo costruisce il senso a partire dalla propria esperienza, evidentemente la realtà non è di per sé dotata di senso intrinseco, ma il suo significato cambia in base a chi la osserva ed è quindi socialmente costruita.

Nell’ambito delle organizzazioni, la definizione di sensemaking viene rivisitata da parte di Weick, che focalizza l’attenzione sulla collettività della costruzione di senso all’interno delle strutture organizzative. Questo processo collaborativo crea una consapevolezza ed una comprensione comune, a partire dalle diverse visioni personali.

Sono 7 le caratteristiche del sensemaking secondo Weick:

1. È fondato sulla costruzione della propria identità in relazione con gli altri, sulla visione coerente e positiva di sé;

2. È retrospettivo, poiché comprendiamo il vero senso delle cose solo a posteriori, mentre a priori possiamo semplicemente fare delle ipotesi;

3. Attraverso l’interazione si costruiscono ambienti dotati di senso, che vengono modificati via via;

4. È un processo sociale, in quanto il senso viene costruito mettendo insieme esperienze comuni; non tanto dalla condivisione dei significati quindi, quanto dell’esperienza;

5. È continuativo, non si interrompe neppure con l’interruzione delle esperienze. Ogni fenomeno favorisce emozioni, che contribuiscono alla creazione di senso;

6. Si costruisce su e da informazioni selezionate, che variano in base ai diversi contesti di riferimento; è il contesto che contribuisce a far comprendere di volta in volta quali siano le informazioni rilevanti;

7. È guidato dalla plausibilità piuttosto che dall’accuratezza, ovvero si rivolge al quadro completo e non tanto ai particolari.

Ma come arrivare concretamente ad una visione comune in capo alle organizzazioni? Come tenere insieme tanti diversi individui “auto-organizzati”?

Sono le prime linee aziendali a dover fornire delle indicazioni, delle mappe mentali a cui attingere per evitare discrepanze tra i diversi individui all’interno delle organizzazioni. Allo stesso tempo bisogna permettere però un certo grado di autonomia ad ogni singolo, evitando costrizioni e connessioni troppo rigide. In questo modo, facendo della capacità di adattamento e della flessibilità un must, si lascia spazio all’autodeterminazione, alla creatività ed all’innovazione.

Ricapitoliamo:
“Sensemaking” significa costruire il senso della realtà a partire dalle esperienze. Weick definisce questo fenomeno come un processo sociale, continuativo e retrospettivo, fondato su informazioni selezionate e sul principio della plausibilità, che miri alla costruzione dell’identità del singolo ed di ambienti dotati di senso.
Nelle organizzazioni, le direzioni sulla costruzione di senso devono provenire dall’alto, per fornire delle linee comuni all’intera struttura, ma allo stesso tempo è necessario un certo grado di autonomia e flessibilità degli individui, per permettere la realizzazione e la creatività del singolo, così come l’innovazione.

Se anche tu vuoi saperne di più sul sensemaking e sulle skills del futuro e se come noi credi nel life-long learning, rimani aggiornato sulle nostre iniziative seguendoci sui social!

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DATI A VALANGHE: GESTIRE IL CARICO INFORMATIVO

DATI A VALANGHE: GESTIRE IL CARICO INFORMATIVO

Quante volte ci sentiamo sopraffatti dalla quantità di notizie, informazioni e dati che ogni giorno ci assalgono! Questo accade perché il nostro cervello ha una capacità di elaborazione limitata, per cui, quando il carico informativo eccede questa capacità, le nostre prestazioni ne risentono.

Probabilmente avrete notato che nel momento di memorizzare o scrivere un numero di telefono, generalmente lo suddividiamo in piccoli blocchi di cifre. Questo processo viene attuato inconsciamente dalla nostra mente, per sottoporrsi ad uno sforzo minore. Il nostro cervello, infatti, riesce ad elaborare in maniera più facile dei frammenti di entità minore, per cui solitamente tendiamo a dividere i numeri di telefono in quattro parti, ciascuna da due o tre cifre al massimo.

Ma cosa fare quando non è possibile fare questa frammentazione? Come comportarsi davanti ad una massa indefinita di informazioni? È qui che entra in gioco una delle competenze del futuro: la gestione del carico informativo. Dobbiamo imparare a fronteggiare i dati che riceviamo, in maniera tale da riuscire a ridurre questo carico ed evitare il cosiddetto Information Overload, ovvero un sovraccarico che porta all’impossibilità di rielaborare la quantità di dati ricevuti.

L’information overload causa non pochi problemi: gli psicologi hanno denominato lo stress da sovraccarico informativo come Information Anxiety. Il divario sempre crescente tra la quantità di informazioni disponibili e la nostra capacità di apprendimento, insieme alla crescente difficoltà di trovare informazioni realmente utili al nostro scopo, richiedono uno sforzo immane per selezionare e comprendere ciò che desideriamo. Sono proprio questi fattori a determinare uno stato di ansia.

La tecnologia ci aiuta in questo: valutazioni, recensioni, tag, categorie ecc, permettono di filtrare il materiale che incontriamo nel web ad esempio, così come del materiale multimediale o delle rappresentazioni grafiche permettono una comprensione e memorizzazione più immediata delle informazioni, senza essere bombardati di testo.

Ma oltre a questi strumenti tecnologici, ci sono dei metodi prettamente umani da poter utilizzare:

– Imporsi dei limiti temporali per la ricerca di materiale;
– Ridurre al minimo le distrazioni e le interruzioni;
– Dare la priorità a fonti autorevoli.

Imparare ad usare strumenti come i tag, le categorie, le valutazioni ed alcuni aspetti visivi all’interno o in sostituzione del testo quindi, sarà cruciale nel futuro, così come sarà indispensabile imporre a se stessi delle restrizioni, considerando la velocità a cui aumenta la quantità di informazioni che ci arrivano ogni giorno. Questo servirà per imparare a gestire il carico informativo, a non ricadere nella Information Anxiety, e a non essere sopraffatti da questi dati.

Quindi, preparati per il futuro, sviluppa con noi le tue skills: iscriviti subito alla newsletter e seguici sui social per rimanere al passo con i tempi!

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PENSIERO CREATIVO E PROBLEM SOLVING: La ricetta per il successo

PENSIERO CREATIVO E PROBLEM SOLVING: La ricetta per il successo

Ormai lo sappiamo: “distinguersi” al giorno d’oggi è la parola chiave.
Che si parli di abbigliamento, acconciature, prodotti, progetti…

Ma come ci si distingue dalla massa informe in cui siamo travolti, soprattutto quando pensiamo al nostro business? Come risaltare agli occhi dei clienti, rispetto ai nostri competitors?

CREATIVITÀ! Il Pensiero creativo è una delle skills che l’Institute for the Future ha individuato come essenziali per il futuro. Sappiamo bene che non possiamo essere tutti dei creativi, che qualcuno nel corso della sua vita sviluppa più di altri il pensiero laterale, e che emisfero destro e sinistro del cervello possono non andare di pari passo.

Ma possedere e usare il pensiero creativo non significa diventare degli artisti, dei geni o dei pazzoidi. Significa semplicemente trovare soluzioni alternative, affrontare il mondo del lavoro in maniera innovativa, risolvere dei problemi ancora prima che si presentino e soprattutto prima degli altri.

Jeff Shore, esperto di vendite, autore e consulente di fama mondiale, in un articolo apparso due settimane fa su entrepreneur.com, fa un esempio molto esplicativo: la vendita anticipata di pacchetti per il proprio funerale. Argomento ostico non trovate? Come riuscire a venderli, dal momento che nella maggior parte dei casi non si vuole nemmeno pensare a cose del genere? Bisogna trovare soluzioni creative. Andare a stuzzicare delle corde nascoste e molto delicate. Chi è in grado di vendere un prodotto del genere avrà sicuramente trovato una strategia di vendita innovativa e vincente! Voi sareste in grado di farlo?

Per potenziare il nostro pensiero creativo dobbiamo innanzitutto ricordarci che tutti hanno questa capacità nascosta, dobbiamo solamente allenarla! E allora, concedetevi delle pause creative e:

– Concentratevi su di un progetto e pensate a tutte le idee che vi vengono in mente sull’argomento, senza un ordine, senza rifletterci troppo, per raccogliere più spunti possibili;

– Scrivete le vostre idee, non lasciatele svanire, non rischiate di dimenticarle, perché potrebbero essere idee vincenti;

– Riflettete su qualcosa che avete imparato di nuovo o che dovreste imparare: potrebbe tornare utile per il vostro progetto. Imparate anche dagli altri: assorbite quello che fanno di buono e miglioratevi;

– Prendetevi il tempo di cui avete bisogno: la fretta non è vostra amica;

– Fate in modo che il vostro spazio di lavoro trasmetta creatività e sia quindi stimolante: l’ambiente circostante influenza il pensiero. Prendetevi anche qualche minuto all’aria aperta, una passeggiata stimolerà la vostra creatività;

– Fate le correzioni in un secondo momento, aspettate a modificare il vostro lavoro.

Come vedete, esercitare il proprio pensiero creativo è un’attività semplice, che non richiede troppo impegno. I benefici che potrete trarre da questi piccoli esercizi possono veramente aiutare le vostre attività. Se iniziate a prendervi delle pause creative e a fare del brainstorming, a riflettere su delle aree di miglioramento, a prendervi il vostro tempo senza fretta e senza badare subito alle correzioni, a sistemare i vostri spazi di lavoro in maniera creativa, vedrete la vostra creatività venire fuori.

Se volete condividere con noi i vostri “esercizi creativi” e volete rimanere aggiornati sulle skills del futuro e sulle nostre iniziative, non perdete di vista i nostri canali social e la nostra newsletter!

COMPUTATIONAL THINKING

PENSIERO COMPUTAZIONALE – Pensare come un PC?

PENSIERO COMPUTAZIONALE – Pensare come un PC?

– Pensiero Computazionale.
– Pensiero e computer.
– Perché, un computer può pensare?
– No, ma gli uomini possono imparare dai computer qualcosa sul pensiero!

Accostando queste due parole si racchiude la sintesi del modo in cui l’uomo moderno deve ormai muoversi: in perfetta sintonia tra abilità umane e tecnologiche, così come le future skills proclamano.

MA: non c’è ancora una definizione universalmente accettata di “pensiero computazionale”.

Nel 2006 Jeannette M. Wing usa il termine “Computational Thinking” per indicare un modello mentale influenzato dall’informatica e volto al problem solving, in cui un ESECUTORE (uomo o macchina) attua delle PROCEDURE sistematiche, in un CONTESTO definito, per raggiungere degli OBIETTIVI specifici.

Se l’informatica è la scienza di ciò che può essere informatizzato e di come informatizzarlo, il pensiero computazionale non è però un’abilità tipica esclusivamente degli informatici. Esso permette di risolvere problemi, disegnare sistemi e comprendere i comportamenti umani nella quotidianità, in maniera alternativa, tramite dei concetti fondamentali dell’informatica.

Alcuni esempi?

Riformulare i problemi, trasformandoli in problemi che sappiamo risolvere, tramite meccanismi di riduzione, trasformazione o simulazione. Pensate al gioco di ruolo. Cosa si fa, in fondo, se non simulare una situazione, per imparare qualcosa che altrimenti non riusciremmo a comprendere altrettanto efficacemente?

Organizzare i dati del problema in maniera logica. Dare un ordine ai dati aiuta ad arrivare alla soluzione, per questo nelle lezioni di matematica si insegna ai bambini ad estrapolare i dati dei problemi e a scriverli in colonna, uno sotto all’altro, per averne una visione lineare.

Riconoscere i vantaggi e gli svantaggi dell’uso di pseudonimi o di assegnare più nomi ad una stessa cosa. Questo potrebbe essere il caso ad esempio dei cosiddetti iperonimi: pensate se non esistesse la parola “albero” ed ogni specie dovesse essere chiamata solo con il suo nome. Forse un agronomo, un giardiniere o uno studioso si troverebbe a proprio agio, ma le persone comuni? Le persone comuni preferiscono chiamarli tutti “alberi”.

Usare l’astrazione e la scomposizione per affrontare un compito impegnativo o per progettare un sistema complesso. Il corpo umano ad esempio è un sistema complesso ed ogni volta che abbiamo un problema il nostro medico non tenta di controllare il corpo nel suo insieme, ma analizza una o specifica parte del corpo: in un certo senso lo scompone e tiene conto solo dei suoi diversi componenti.

Essere consapevoli che non è necessario comprenderne ogni dettaglio per poter fronteggiare un problema complesso. Vi è mai capitato di leggere un libro o vedere un film in lingua straniera? Anche questi sono dei sistemi complessi: non è necessario comprendere ogni singola parola per essere in grado di capire la trama, i personaggi e la successione degli eventi.

Pensare in termini di prevenzione, protezione e riparazione dei peggiori scenari possibili, utilizzando la ridondanza, il contenimento dei danni e la correzione degli errori. Perché quando si crea una nuova automobile si fanno dei crash-test? Per vedere come la macchina reagirà all’incidente, cosa potrebbe succedere ai passeggeri, per andare a migliorare alcuni aspetti del veicolo, aumentarne la sicurezza e prevenire dei possibili danni in caso di incidente.

Ricercare la soluzione migliore, combinando diverse risorse. Un cuoco che crea una nuova ricetta non si accontenta di un piatto mediocre, ma combina tutti gli ingredienti a sua disposizione, fino a trovare il gusto perfetto.

Aprire la possibilità di sfruttare la soluzione ad un problema in una grande gamma di occasioni, tramite la generalizzazione. Applicano questa metodologia tutti i teorici che creano ad esempio un modello, una schematizzazione. Questa solitamente non sarà valida solo in un caso, ma potrà essere rivisitata e riutilizzata in diversi contesti.

Questa modalità di pensiero deve diventare un’attitudine comune e solo quando non ci sarà più bisogno di concettualizzarlo e teorizzarlo potremo finalmente dire che il pensiero computazionale sarà effettivamente ed efficacemente entrato nella nostra quotidianità.

ATTENZIONE!

Sviluppare il pensiero computazionale non significa quindi imparare linguaggi e codici di programmazione di software e hardware, o diventare delle macchine senza personalità o creatività. Vuol dire piuttosto lasciare che dei concetti tipici informatici, di stampo generale, influenzino il modo in cui viviamo, comunichiamo, risolviamo problemi e interagiamo. Pensare programmaticamente. Ricercare l’alternativa. Accettare l’ambiguità.

Se volete approfondire questo e tanti altri temi, rimanete sintonizzati con noi: impareremo a conoscere sempre nuove tematiche. La nostra newsletter e i nostri social vi aspettano!

VISUAL THINKING – Il pensiero si fa immagine

VISUAL THINKING – Il pensiero si fa immagine

Bombardamenti continui di informazioni e dati. Estremizzazione del linguaggio verbale. Connessioni globali e perenni. Questa è la realtà in cui ci troviamo… ma qualcosa sta cambiando!

Qualcuno di voi avrà notato la crescita del numero di immagini a cui siamo sottoposti: siti internet, social media, presentazioni aziendali, ecc. sono sempre più scarni di descrizioni e più ricchi di immagini. Perché? Perché sta crescendo la consapevolezza che tutti noi abbiamo un pensiero visuale, il VISUAL THINKING: il nostro cervello può decodificare le immagini in maniera immediata, senza il bisogno di elaborazioni e spiegazioni complesse.

Secondo Howard Gardner, professore alla Harvard Graduate School of Education, l’intelligenza visuale è una delle 8 intelligenze possedute dall’essere umano e consiste nella capacità di riconoscere delle figure in uno spazio più o meno esteso.
Già Ferdinand de Saussure, fondatore della linguistica strutturale, aveva differenziato, nel suo concetto di lingua, il significante ed il significato, ovvero il segno linguistico, uditivo o grafico, con l’immagine che esso rappresenta, imprescindibile per l’utilizzo del linguaggio.
Ian Robertson individua invece l’intelligenza visiva come un “sesto senso” che tutti possiedono fin da bambini, ma che si perde crescendo e che quindi va allenato.

È il sovraccarico di informazioni che ha portato l’uomo moderno ad abbandonare l’approccio visivo, ma allo stesso tempo è proprio per questa grande quantità di dati che vengono trasmessi che bisogna essere in grado di esaminare e selezionare i messaggi. Dobbiamo quindi trovare un modo per attirare l’attenzione del nostro pubblico, per snellire i nostri messaggi e renderli memorabili.

In nostro aiuto viene quindi l’immagine, che racchiude in sé grandi significati e riesce a trasmetterli in modo istantaneo, prima ancora di riuscire consciamente a rendercene conto. Le informazioni possono essere veicolate in maniera creativa, superando le barriere linguistiche e comportamentali con un linguaggio universale, quello figurativo, che permette anche di sviluppare nuovi punti di vista e favorisce quindi il problem-solving.

Immaginate di dover riunire il vostro staff per spiegare un nuovo processo aziendale.
Cosa credete che sia più efficace, una presentazione a voce magari accompagnata da una slide di solo testo, oppure delle immagini che siano esplicative e che contengano dei semplici concetti chiave che poi saranno eventualmente ampliati?

processo slide

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Ma quali sono le rappresentazioni grafiche che possiamo utilizzare all’interno del nostro business?

Qualsiasi trasposizione, sotto forma di immagine, di idee, concetti, statistiche e processi, purché sia diversa dal solito testo lungo e noioso, o almeno che lo affianchi e lo snellisca, lavorando per metafore e affinità, rendendolo più facilmente fruibile e sfruttando in maniera coerente lo spazio a disposizione, in modo che sia chiaro il percorso mentale da seguire.

Ecco alcuni esempi di rappresentazioni grafiche:

• MAPPE CONCETTUALI: da un concetto primario posizionato al centro, si diramano in tutte le direzioni quelli ad esso connessi. Possono essere utili per stilare una bozza di una presentazione aziendale, in cui si partirà da un valore o da un prodotto centrale, per poi sviluppare tutte le caratteristiche accessorie; permettono di riprodurre nero su bianco un momento di brainstorming, dando una coerenza ad una serie di idee inizialmente sconnesse;

• DIAGRAMMI DI FLUSSO: simili alle mappe concettuali, si diramano però generalmente in una sola direzione. Sono molto efficaci per descrivere i processi aziendali, la cui rappresentazione necessita di una successione temporale e logica;

• GRAFICI: danno una lettura immediata di dati e percentuali e possono quindi essere utili per la presentazione e la lettura dei bilanci aziendali, dando un immediato colpo d’occhio. Ne esistono di diversi tipi, a seconda delle necessità e della tipologia di dati da rappresentare;

• INFOGRAFICHE: sono delle immagini in cui vengono rappresentati diversi tipi di dati attraverso l’unione di tabelle, icone, grafici ecc. che vanno a creare delle grafiche accattivanti, che si discostano dalle rappresentazioni convenzionali, rendendo il messaggio più impattante e più immediato.

Se vogliamo utilizzare degli strumenti digitali invece di produrli manualmente, sfruttare dei programmi gratuiti come XMind e Visage, in particolare per grafici, diagrammi e mappe, è sicuramente utile e facilitante. Un programma molto completo è inoltre Piktochart, con molte funzioni da poter sfruttare, anche per le infografiche, così come Infogr.am. Questi, attraverso l’uso dei pittogrammi, ovvero delle immagini stilizzate e universalmente comprensibili, permettono di rappresentare dei concetti complessi in maniera molto semplice.

L’utilizzo di questi strumenti per il visual thinking trova quindi le fondamenta in principi di linguistica radicati da tempo, secondo cui non esistono pensiero e linguaggio senza immagini. Per la capacità universale di leggere le immagini in modo immediato, le rappresentazioni grafiche possono aiutare a selezionare, tra l’enorme quantità di dati a cui siamo sottoposti, solo quelli essenziali. Esistono diversi modi per riprodurre i messaggi in immagini: alcune esemplificazioni possono essere le mappe concettuali, i diagrammi di flusso, i grafici e le infografiche. Ognuna di queste permette, attraverso una schematizzazione diversa, di sintetizzare e veicolare efficacemente le informazioni necessarie ed essenziali alla comunicazione.

Ora non vi resta che mettervi in gioco e scatenare la vostra creatività ed il vostro visual thinking.
Per essere sempre informati sulle tendenze e gli strumenti più all’avanguardia, non dimenticate di iscrivervi alla nostra newsletter e seguirci sulle nostre pagine social!

FUTURE SKILLS – competenze che fanno la differenza

Future skills

In linea con il seminario europeo del Cedefop (European Centre for the Development of Vocational Training) “Policies for matching better skills in better jobs”, che si è tenuto a Bruxelles il 23 Giugno 2016, vogliamo condividere con voi alcuni dati interessanti, sulle competenze nel mondo del lavoro in Europa.

I dati analizzati dal Centro mostrano una tendenza comune negli Stati membri della Comunità Europea: skills richieste per i posti di lavoro vacanti e quelle possedute dai candidati non trovano una corrispondenza. Questo intacca non solo le performance aziendali, ma anche la soddisfazione personale degli assunti. Una conseguenza cruciale è l’aumento parallelo del tasso di disoccupazione e delle posizioni lavorative aperte, e quindi un grande danno economico per l’intera Comunità.

Questa mancanza di allineamento può essere causata da diversi fattori: la sotto-qualificazione dei candidati, e la mancanza di attrattiva del lavoro disponibile e quindi di motivazione a candidarsi. In entrambi i casi, influisce molto anche il fattore geografico, per cui tenere in considerazione la mobilità del personale può risolvere il problema. Ad aumentare il divario contribuisce poi la crisi economica, che ha portato a lunghi periodi di disoccupazione, rendendo quindi obsolete le competenze di alcune figure, che precedentemente avrebbero potuto essere adeguate a determinati incarichi. In particolare, le posizioni che vengono occupate con maggiore difficoltà si trovano nei settori sanitari, nell’ITC, nell’ingegneria e nell’insegnamento. Altra conseguenza di lunghi periodi di disoccupazione è la rassegnazione ad accettare lavori che richiedono competenze inferiori a quelle possedute e quindi poco valorizzanti.

Per affrontare questo divario, sono diverse le iniziative da integrare. Innanzitutto una rivisitazione del sistema educativo e formativo, in un’ottica orientata all’impiegabilità e al life-long learning; aumentare la mobilità europea, per migliorare la disponibilità di personale competente tra le diverse aree geografiche; analizzare e cercare di anticipare le skills necessarie nel mondo del lavoro, attività in cui la partecipazione attiva delle autorità diventa fondamentale.

Su quest’ultimo punto pensiamo sia utile dare una visione d’insieme sul quadro di riferimento e sulle competenze che risultano essere quelle emergenti nel prossimo futuro, secondo uno studio effettuato dall’Institute for the Future per lo University of Phoenix Research Institute.

La necessità di nuove skills nasce da alcuni fattori scatenanti:
1) ESTREMA LONGEVITÀ: si allunga anche la durata dell’età lavorativa e si scatena quindi la necessità di una formazione prolungata del tempo;
2) CRESCITA DI MACCHINE E SISTEMI INTELLIGENTI: in molte attività le macchine potranno sostituire o almeno affiancare l’uomo per un aumento dell’efficienza;
3) MONDO COMPUTAZIONALE: l’aumento della quantità di dati a cui siamo sottoposti renderà essenziale imparare a selezionarli ed utilizzarli con criterio;
4) NUOVI MEDIA: si sta imponendo la necessità di trasformare il modo di comunicare;
5) ORGANIZZAZIONI SOVRASTRUTTURATE: tecnologia e media stanno modificando il modo in cui creiamo valore, permettendo di andare oltre i vecchi confini aziendali;
6) MONDO INTERCONNESSO: con la globalizzazione aumenta la tendenza all’esternalizzazione.

Per il successo delle nuove generazioni di lavoratori, in questo ambiente sempre più tecnologico ed automatizzato, si rendono essenziali alcune nuove skills, che permettano di gestire le nuove macchine, ma che allo stesso tempo esaltino delle abilità di pensiero tipicamente umane ed ancora insostituibili:

SENSE-MAKING: sviluppare competenze di pensiero critico che vadano oltre le possibilità di codifica e decodifica delle macchine; intuizioni profonde, essenziali per il decision-making;

SOCIAL INTELLIGENCE: capacità di interagire con gli altri, comprendere e stimolare le reazioni altrui, creando delle relazioni;

PENSIERO CREATIVO ED ADATTIVO: trovare soluzioni che vadano oltre i limiti del tradizionale e saper rispondere in modo adeguato a diverse situazioni, anche inaspettate;

COMPETENZA CROSS-CULTURALE: l’ambiente lavorativo diventa sempre più variegato, non solo dal punto di vista etnico, ma anche di età, competenze e mentalità, per cui cresce la necessità di saper interagire con la diversità, trovando dei punti di connessione reciproca;

PENSIERO COMPUTAZIONALE: saper trasformare le grandi quantità di dati a cui siamo sottoposti in concetti astratti, e trarne dei ragionamenti. Diventa necessario anche capire i limiti di questa tipologia di pensiero, rimanendo capaci di agire anche in assenza di questi dati;

CONOSCENZA DEI NUOVI MEDIA: imparare a sfruttarli, analizzare i contenuti in maniera critica e crearne di personali, per una comunicazione persuasiva. Essenziale sarà la capacità di lettura e creazione dei contenuti visivi e la confidenza con i termini tipici del settore;

TRANSDISCIPLINARIETÀ: si passa dalla tendenza alla specializzazione, alla necessità di affiancare ad essa più competenze trasversali in diversi settori;

DESIGN MINDSET: è stato dimostrato che l’ambiente che ci circonda influenza il nostro modo di pensare. Bisognerà imparare a capire che tipo di disposizione mentale è necessaria ad un determinato compito e adattare di conseguenza l’ambiente intorno a noi;

GESTIONE DEL CARICO INFORMATIVO: imparare a distinguere, tra l‘enorme quantità di informazioni a cui siamo sottoposti, quali siano veramente importanti e a concentrarsi esclusivamente su di esse;

COLLABORAZIONE VIRTUALE: l’ambiente lavorativo fisico non è più strettamente vincolante, per cui bisogna imparare a gestire efficacemente la distanza fisica e gli strumenti che permettono il contatto e il lavoro in un team virtuale.

L’Europa sta quindi percorrendo un periodo di disallineamento tra skills richieste e skills offerte. Questo momento è però superabile, con una collaborazione tra autorità, aziende e scuole/università, ed una buona dose di lungimiranza, con cui prevedere i cambiamenti che il futuro potrebbe portare e le necessità da soddisfare. Dagli studi effettuati, il lavoratore del futuro dovrà sviluppare buone competenze tecnologiche per imparare lavorare con le nuove macchine e i nuovi media, e a gestire la grande quantità di dati da cui siamo sopraffatti. Allo stesso tempo però diventerà essenziale sviluppare ciò che le macchine non riescono a fare, ovvero dobbiamo curare gli aspetti umani, il pensiero critico e creativo, la capacità di interazione e la multidisciplinarietà.

Come fare per rimanere sempre aggiornati su questi trend? Semplice, iscrivetevi alla nostra newsletter e seguiteci sui nostri canali social!