PROBLEM SOLVING CREATIVO

Nessuno dovrebbe mai imporre il proprio punto di vista su un problema, piuttosto uno dovrebbe studiarlo e nel tempo una soluzione si rivelerà. (Albert Einstein)

Il Problem Solving Creativo

La maggior parte delle persone è completamente convinta che non vuole affatto avere dei problemi… Senza accorgersi che, se da una parte sono inevitabili perché risultato diretto di ogni nostra decisione, dall’altra rappresentano proprio l’essenza di vivere, sono gli indicatori di attività per eccellenza! Una vita senza problemi sarebbe completamente vuota di significato, vorrebbe dire che non succederebbe mai nulla, insomma, il limbo più assoluto!

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Pensiero creativo

Cos’è la creatività? Ma soprattutto.. nasco creativo o posso allenarmi a diventarlo?

Sono in molti infatti a pensare che la creatività sia un talento innato, una rara abilità prerogativa di pochi individui prescelti, particolarmente intelligenti o particolarmente bizzarri.

In realtà non è così, e il dizionario stesso ci conferma che può essere una dote innata ma è soprattutto una capacità, qualcosa che va coltivato e sviluppato in un ambiente adeguato. Molte sono le teorie che definiscono la creatività una metacompetenza, ossia una competenza trasversale a tutte le discipline e a tutti gli ambiti del sapere. Creatività non solo legata all’arte quindi, ma anche alla scienza, alla tecnologia, e ai settori più disparati, come abilità nel mettere in connessione ambiti diversi e trovare nuove strade mai percorse.

In questo articolo anche chi non pensa di esserne dotato potrà scoprire come stimolare il pensiero creativo, esercitandosi a pensare fuori dal coro.

Cos’è il pensiero creativo?

L’etimologia della parola creare, di origine latina, è da ricondursi alla radice sanscrita kar- = fare, infatti, sempre in sanscrito, kar-tr è il creatore, cioè “colui che fa dal nulla”.

L’atto creativo, infatti, era attribuito essenzialmente alla divinità, mentre proprie dell’uomo erano il genio e l’attitudine al progresso e all’innovazione. Per i greci la “creazione” era un atto troppo ardito per l’uomo, che mirava alla “poièin”, l’atto di scrivere delle poesie, e alla “tèchne”, che indicava il saper lavorare in modo artistico. L’uomo non creava, esprimeva la sua intelligenza ed esperienza secondo delle regole ben precise.

Stesso discorso per il primo cristianesimo, Dio creatore genera dal nulla mentre l’uomo può essere artigiano o artista scoprendo le leggi divine che regolano il mondo, ma senza inventare nulla.

Si dovrà aspettare il XVIII secolo ed Immanuel Kant per assistere ad un nuovo corso. Il filosofo distingue l’”immaginazione riproduttiva”, ovvero la capacità di far riemergere nello spirito oggetti intuiti in precedenza, e “immaginazione produttiva”, intuizione pura di spazio e tempo. Successivamente, nella “Critica del giudizio” Kant afferma che il libero gioco dell’immaginazione, unito all’intelletto e alla ragione, produce l’esperienza del bello e del sublime.

E’ estremamente curioso notare come una delle definizioni più interessanti di creatività venga da un matematico. “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili” afferma Henri Poincaré, introducendo i criteri di nuovo e utile. Il “nuovo” indica una rottura con il momento storico, superando le regole esistenti OGGI e istituendo una nuova regola condivisa, proprio perchè UTILE. Oltre al considerare l’atto creativo applicabile a tutto l’agire umano, dall’economia alla tecnologia.

“L’attività creativa è quindi quella che rende l’uomo un essere rivolto al futuro, capace di dar forma a quest’ultimo
e di mutare il proprio presente.”

Lev S. Vygotskij

Quindi, per semplificazione estrema, potremmo definire il pensiero creativo come la capacità di creare qualcosa di nuovo, frutto di un processo di strutturazione di informazioni collegate al contesto sociale e culturale in cui è inserito l’individuo. L’immaginazione non è semplice replica della realtà, ma creatrice, capace di integrare forme nuove con esperienze già vissute, trasformando la realtà esistente.

Perchè il pensiero creativo è definito divergente/laterale?

Il pensiero creativo è innato nell’essere umano, contrapposto al pensiero logico, lineare, “verticale”, strutturato su causa – effetto. Lo psicologo Edward de Bono sostiene che la “semplicità” del ragionamento logico non può soddisfare in modo completo l’esigenza di nuove idee, che oggi cresce in maniera esponenziale, e quindi contrappone al pensiero verticale quello laterale, inteso come metodo per indagare le connessioni apparentemente nascoste della mente. Attraverso delle provocazioni, questa tecnica permette di rompere gli schemi abituali di pensiero, analizzando da più punti di vista un problema e cercando delle risoluzioni attraverso delle associazioni insolite, senza ricercare un’unica soluzione diretta al problema.

Fondamentale quindi applicare questo approccio ai settori di nostra competenza, quelli di cui ci occupiamo ogni giorno. Il papà del marketing, Philip Kotler, ricollegandosi a questa teoria, ha aggiunto che sta arrivando l’ora fatale anche per il marketing cosiddetto “verticale”. Servono nuove idee, che possono nascere solo da un diverso modo di vedere le cose.

Il processo creativo secondo Graham Wallas

Il processo creativo, che non va assolutamente forzato, attraversa in genere 4 fasi, alternando il pensiero logico a quello creativo :

– preparazione: raccolta e selezione delle informazioni rilevanti, analisi del problema, esplorazione delle possibili soluzioni. L’atteggiamento in questa fase è metodico e sistematico.
– incubazione: elaborazione mentale del materiale a disposizione, cercando un ordine che riesca a costruire un nuovo senso. Il problema viene suddiviso in parti più piccole, analizzandone una per volta. E’ un processo che si sviluppa per prove ed errori, in maniera apparentemente disordinata. Qui è la parte più profonda della mente a lavorare, il subconscio, testimoniato dal fatto che la mente lavora anche in momenti in cui non siamo focalizzati sul problema, durante il sonno, ad esempio.
– illuminazione o insight: il momento EUREKA! Una nuova idea emerge nella parte conscia della mente. L’intuizione avviene all’improvviso, ma solo grazie alla fase precedente. Henri Poincaré racconta di aver risolto un complesso problema matematico mentre stava salendo su un autobus e non ci stava pensando.
– verifiche: una nuova idea, una soluzione, un’intuizione deve essere testata e verificata per essere poi formalizzata.

I blocchi mentali

Ma se continuo a pensare, pensare, ripensare… ma non succede nulla??
Allora forse la vostra mente vi sta ingannando e potreste essere intrappolati in blocchi mentali di cui non avete consapevolezza.

Un blocco mentale è un atteggiamento che porta a pensare seguendo sempre gli stessi schemi, rendendoci ciechi alle strade alternative.

In psicologia, i più frequenti sono:

1. La risposta esatta: NO, non c’è n’è una sola.
2. “Ma non ha senso”: specie nella fase di incubazione, MAI scartare le idee che non appaiono logiche.
3. Seguire le regole: è quello che ci insegnano fin da bambini. Adesso dovete dimenticarvelo
4. E’ funzionale?: non chiedetevelo troppo presto. Questo accade perchè ci concentriamo troppo su ciò che sappiamo già
5. Il gioco è solo per bambini: mai affermazione fu più falsa. Le idee più geniali vi verranno quando vi starete divertendo.
6. Non è il mio settore: la maggior parte della gente pensa di non poter contribuire in nessun modo al di fuori della propria area di competenza e/o specializzazione. E’ proprio nella combinazione fra settori diversi che scattano le scintille più grandi
7. Evitare le ambiguità: non è sempre valido invece. Ambiguità come possibilità di vedere in modi diversi uno stesso problema
8. Ma sei matto? Abbiate il coraggio di essere anche “diversi”. Tendiamo al conformismo, ma se siamo come tutti gli altri, penseremo come tutti gli altri.
9. Sbagliare è sbagliato: SBAGLIATO! Veniamo addestrati a condannare l’errore e a farne sempre il meno possibile. Ma se non permettiamo a noi stessi di sbagliare, non stiamo provando minimamente a pensare creativo. L’errore è la dimostrazione che state provando qualcosa di nuovo.
10. Ma io non sono un creativo: Dai una possibilità a te stesso, e soprattutto alle tue idee. Se non pensi di essere un creativo, non lo sarai.

Qualche esercizio per sviluppare il pensiero creativo

Quindi.. non vi resta altro da fare che ALLENARVI!

Ci sono delle tecniche per stimolare il pensiero creativo ed imparare a trovare strade alternative in qualsiasi ambito siate coinvolti.

– BRAINSTORMING o “assalto mentale”, è una tecnica creativa di gruppo che consiste nel riunire nella fase iniziale di un processo tutte le persone coinvolte. Chiunque potrà esporre le sue idee, le sue intuizioni, senza preoccuparsi troppo della sua effettiva realizzazione. Anche quello che vi sembrerà paradossale deve essere preso in considerazione, per poi arrivare ad una modellazione di queste idee per arrivare alla risoluzione del problema. I risultati sono stupefacenti, e garantiti.

– VISUAL BRAINSTORMING: la tecnica è la stessa del brainstorming, ma questa volta utilizzando esclusivamente immagini, schizzi o foto.

– LA TECNICA DEI SEI CAPPELLI: introdotta da De Bono nel 1991, mirata all’utilizzo del pensiero in maniera consapevole e al superamento del ragionamento dialettico per contrapposizioni. Ci permette di interpretare ruoli fissi, a seconda del cappello che si indossa, che incarnano diversi punti di vista, anche lontanissimi dalla nostra indole. Questo ci permette di liberarci dagli schemi creati dalla nostra posizione o dal nostro carattere e analizzare il problema per fasi.

– MAPPE MENTALI: apparentemente degli innocui disegni su carta, nella realtà uno strumento potentissimo per accedere alle capacità nasconste del cervello. Si tratta di vere e proprie rappresentazioni grafiche del pensiero, che stimolano la memoria visiva, facilitano la memorizzazione di concetti e agiscono simulando i processi del cervello , che come avrete capito opera in maniera tutt’altro che lineare.

Pensiero creativo e problem solving, skills del futuro

In un momento di grandi cambiamenti ed incertezze come quello che stiamo attraversando, la creatività è una competenza necessaria per affrontare le sfide lavorative che abbiamo davanti. Non parliamo di una moda quindi, ma di una NECESSITA’! Pensare creativo presuppone flessibilità, capacità di adattarsi all’ambiente in cui viviamo e lavoriamo, scovare nuovi metodi per non rimanere incastrati nei problemi e (anzi) uscirne vincitori.

Ogni essere umano è geneticamente predisposto al pensiero creativo, a prescindere dalla sua cultura, educazione o professione. L’aspetto fondamentale, quindi, è COLTIVARLO. Procedete scomponendo in problemi più piccoli, non escludete nessuna possibilità solo perchè vi sembra assurda, incoraggiate il lavoro di squadra e soprattutto..non abbiate paura di sbagliare!

“If you’re not failing every now and again, it’s a sign you’re not doing anything very innovative.“
Woody Allen

Trans-disciplinarity

TRANSDISCIPLINARITÀ – LA NUOVA FRONTIERA DEL PROBLEM SOLVING

TRANSDISCIPLINARITÀ – LA NUOVA FRONTIERA DEL PROBLEM SOLVING

In un momento storico in cui siamo a contatto con macchine piene dei dati più disparati, su soggetti ed argomenti diversi, ma sempre tutti interconnessi, tra le altre skills del futuro nasce e cresce la necessità di sviluppare la cosiddetta “transdisciplinarità”.

La conoscenza non è più unitaria: ci troviamo davanti ad una enorme complessità della realtà, per cui la semplice giustapposizione di discipline non è più sufficiente. Per affrontare problemi complessi serve un approccio complesso, un’integrazione di punti di vista, la transdisciplinarità per l’appunto. Questo è anche il cardine dell’opera del CIRET – Centre International de Recherches et Études Transdisciplinaires, un’associazione, nata a Parigi nel 1987, che si pone lo scopo di sviluppare la sua attività di ricerca con un nuovo approccio scientifico e culturale, basato, ovviamente, sulla transdisciplinarità, derivante dall’influenza reciproca e continua delle diverse scienze esistenti.

VEDIAMO NEL DETTAGLIO COS’È LA TRANSDISCIPLINARITÀ

“Transdisciplinarity is the “intellectual space” where the nature of the manifold links among isolated issues can be explored and unveiled, the space where issues are rethought, alternatives reconsidered, and interrelations revealed.” (UNESCO – Division of Philosophy and Ethics, 1998)

Secondo la definizione dell’Unesco, la transdisciplinarità è quello spazio intellettuale dove le connessioni tra diversi argomenti isolati possono essere esplorate e svelate.

In altre parole, consiste nell’essere in grado di maneggiare facilmente questa diversità di argomenti e le relazioni tra di essi. Se si connettono e si integrano le persone e gli argomenti di discussione, e se aumenta la complessità, perché non si dovrebbero connettere ed integrare le competenze personali?

Il concetto di competenza specialistica, con conseguente ed inevitabile frammentazione della conoscenza, è ormai superato, facciamocene una ragione!

Per comprendere e fronteggiare la complessità moderna e l’immensità di informazioni e problemi a cui siamo esposti continuamente, è necessario creare dei processi complessi ed integrati, perché la semplice mono-disciplinarità, lasciateci passare il termine, non riesce più a rispondere a determinate domande.

La peculiarità del problem solving tramite approccio transdisciplinare sta nel modo in cui le discipline che entrano in gioco collaborano per arrivare al loro scopo ultimo, peculiarità che lo distingue da quello multi- e interdisciplinare.

MULTIDISCIPLINARITÀ

La multidisciplinarità affronta il problema di fondo unendo più discipline in maniera puramente “additiva”, senza un vero e proprio dialogo. Hugh G. Petrie evidenzia come generalmente questo abbia inoltre delle conseguenze solo nel breve termine. È così infatti che lo definisce: “it is a group work rather than a team work”. Un lavoro di gruppo e non di squadra, fatto di tanti punti di vista messi insieme che vogliono raggiungere uno stesso scopo.

INTERDISCIPLINARITÀ

L’interdisciplinarità muove in una direzione un po’ più integrante rispetto alla precedente: in questo caso le discipline si modificano nei loro concetti o strumenti, per mezzo di altre. In questo approccio però, quelle che collaborano e si modificano sono delle discipline vicine tra loro, che per loro natura hanno dei punti di raccordo.

Il termine transdisciplinarità nasce invece nel 1970 ad opera di Jean Piaget, psicologo, filosofo e biologo Svizzero. La definizione indica un approccio che allo stesso tempo oltrepassa ed intreccia diverse discipline, passando per il rifiuto della frammentarietà della conoscenza, puntando invece ad una comprensione integrata ed unitaria del mondo.

Avete notato come si sviluppino sempre nuove discipline, cosiddette di frontiera?
Meccatronica, biotecnologie ecc, tutte nascono dal matrimonio di due scienze, dal genio di individui che hanno saputo unirle e farle parlare, che hanno saputo gestire al meglio la complessità di alcuni fenomeni, e la diversità delle due discipline, creando una sinergia tra di esse, dando vita a qualcosa di nuovo. Solo con l’unione di due punti di vista così diversi si è potuto risolvere problemi ed analizzare fattori finora rimasti nel buio.

Ed è proprio questa sinergia che contraddistingue l’approccio transdisciplinare dai precedenti, quello multidisciplinare e interdisciplinare.

Nell’approccio transdisciplinare non si tratta di un’addizione di discipline, ma di una loro collaborazione e modificazione reciproca. Come un’orchestra fatta da strumenti che suonano insieme per creare una melodia, non è l’orchestra più numerosa quella migliore, o quella che ha al suo interno i musicisti che suonano meglio i loro strumenti. È quella che sa coordinare e sfruttare al meglio tutti i suoi componenti, per quanto diversi, dando vita alla musica più bella, tramite la perfetta sincronizzazione e collaborazione del gruppo.

In questo momento di unione, l’approccio non si deve ridurre però all’applicazione di procedure automatiche già radicate nelle singole discipline, o di formule pronte all’uso; piuttosto si devono seguire dei criteri esistenti, creando però ex-novo dei processi più complessi ed integrati.

Prendiamo l’esempio della meccatronica. Mette insieme meccanica, elettronica ed informatica, per realizzare dei sistemi meccanici intelligenti, tramite l’utilizzo di software informatici e circuiti elettrici. Non si tratta solo di collegare i componenti, ma di far in modo che la vita quotidiana sia semplificata, tramite la creazione di prodotti “smart”, che cambiano funzionamento grazie all’automazione ed appunto all’integrazione delle tre discipline.

Solo coordinando diverse discipline e superando i loro singoli confini si potrà espandere ancora e continuamente la conoscenza, rispondendo alla sempre crescente complessità del mondo moderno, finché – forse utopisticamente parlando – si potrà raggiungere la conoscenza universale ed unitaria.

COWORKING e IL POTENZIALE TRANSDISCIPLINARE

Lavoro sempre più flessibile, startup e freelance alla riscossa, aziende con collaboratori esterni. Cosa comporta tutto questo e cosa c’entra con la transdisciplinarità?

Tutti i fattori nominati sopra comportano un cambiamento nel concepimento del lavoro e degli spazi lavorativi: sta infatti prendendo sempre più piede il cosiddetto Coworking.

“Cowo-cosa?!?!”

Coworking. Collaborare, condividere, connettere idee e persone.
È un nuovo stile lavorativo in cui professionisti, provenienti anche da ambiti ed esperienze molto diversi, possono usufruire di spazi e risorse comuni. Si svolgono i propri lavori in uffici condivisi, con la possibilità di interagire in ogni momento. Il principio motore deve essere la voglia di collaborare e di far nascere una sinergia.

Ricordate questa parola magica: sinergia? Cos’è che distingue la transdisciplinarità dalla multi- e dalla interdisciplinarità? ESATTO! La sinergia tra le discipline che lavorano insieme.

Se alla base del coworking c’è questa stessa predisposizione sinergica dei membri, significa che all’interno di ogni spazio c’è un potenziale di approccio transdisciplinare da esplorare.
Fermi tutti! Con questo non vogliamo dire che tutti dovremmo puntare alla creazione sfrenata di coworking, né all’abbandono delle aziende tradizionali!!!

Vogliamo solo constatare e farvi capire come la transdisciplinarità non sia un concetto astratto. La troviamo nella vita di tutti i giorni, non fa parte solo della ricerca scientifica illuminata, che tenta di risolvere problemi centenari, a cui solo i cervelloni possono far fronte.

Collaborando, con l’aiuto di spazi che favoriscano la creazione di idee innovative, si possono trovare soluzioni mai esplorate prima!

Due discipline o settori di impiego da soli non bastano, quindi. C’è bisogno di persone. Persone che con il loro spirito creativo e la loro voglia di dar vita a quella sinergia, siano in grado di portare innovazione e di rispondere a domande ancora in attesa.

CARATTERISTICHE DELLA TRANSDISCIPLINARITÀ

Superando i confini delle singole scienze, la transdisciplinarità può rispondere a queste domande e necessità, grazie ad alcune sue caratteristiche:

COLLABORAZIONE: nell’approccio transdisciplinare la collaborazione la fa da cardine. Collaborano persone – scienziati, ricercatori o studiosi in genere -, tematiche, metodi, stakeholders, ecc. Questo comporta una grande eterogeneità nel processo di problem solving e una grande dose di pazienza, mentre si cerca di raggiungere un accordo. Ma quando l’accordo è raggiunto, si superano confini inesplorati!

METODOLOGIA IN EVOLUZIONE: proprio dalla collaborazione si ottiene un processo, sempre in divenire, di sviluppo della metodologia di approccio al problema. Si riflette, si modifica in base al contesto, alle domande e alle ricerche, si innova continuamente!

ORIENTAMENTO AL PROBLEMA: l’unione di due discipline non nasce dal nulla, ma al contrario viene pensata e genera da un problema che deve essere risolto, da una domanda che necessita di risposte. Senza un problema complesso non esisterebbe transdisciplinarità. Si rimarrebbe fermi al passato, senza bisogno di creare delle novita!

TRANSDISCIPLINARITÀ, COMUNICAZIONE E SOCIETÀ

Mai come oggi si era arrivati ad un livello tale di educazione e quindi di conoscenza da parte della società, così come di sviluppo dell’informazione e della comunicazione.
Tutto questo, unito alla dipendenza dell’approccio transdisciplinare dal contesto (vedi le 3 caratteristiche sopracitate), fa sì che la società si ponga in un’ottica sempre più di comunicazione reciproca con la scienza.

Siamo abituati all’idea che la scienza comunichi con la società. Infatti, da sempre, studiosi di ogni genere divulgano le loro scoperte alla società, che le accetta come vere ed autorevoli.

Ma se il processo di sviluppo scientifico ora è transdisciplinare e se la comunicazione è alla base di questo sviluppo, anche la scienza inizia ad ascoltare la società e la società inizia a fare domande. Assistiamo ad un avvicinamento tra le due e per questo motivo, quando si fanno nuove scoperte, si deve tener conto, non solo delle loro applicazioni, ma anche delle implicazioni che possono comportare e a cui si dovrà rispondere.

TRANSDISCIPLINARITÀ IN SINTESI

Dunque, questa parolina magica cosa indica e cosa comporta?
Rappresenta la capacità di superare la complessità della realtà, maneggiando le connessioni tra diverse discipline, in un’ottica di collaborazione e sinergia di quest’ultime. Questa collaborazione prevede l’utilizzo di processi complessi ed integrati, creati ad hoc e nati dalla creatività, che portano all’innovazione tecnico-scientifica costante.

Ritroviamo una possibile manifestazione concreta, o se vogliamo un’aura di possibile transdisciplinarità nella vita di tutti i giorni nei cosiddetti coworking, spazi di lavoro aggreganti in cui menti diverse possono lavorare insieme in vista di una sinergia comune.

Gli elementi che contraddistinguono la transdisciplinarità sono 3: collaborazione, evoluzione delle metodologie ed orientamento al problema.

In un momento storico in cui educazione, tecnologia e comunicazione la fanno da padrone, la società è diventata un altro aspetto fondamentale nello sviluppo dell’approccio transdisciplinare: la scienza non può più agire senza tener conto della società di riferimento.

Noi ci proviamo sempre ad essere transdisciplinari. Se vuoi imparare ad essere transdisciplinare con noi ed essere in aggiornamento continuo, non perdere di vista i nostri canali!

creative adaptive thinking

PENSIERO CREATIVO E PROBLEM SOLVING: La ricetta per il successo

PENSIERO CREATIVO E PROBLEM SOLVING: La ricetta per il successo

Ormai lo sappiamo: “distinguersi” al giorno d’oggi è la parola chiave.
Che si parli di abbigliamento, acconciature, prodotti, progetti…

Ma come ci si distingue dalla massa informe in cui siamo travolti, soprattutto quando pensiamo al nostro business? Come risaltare agli occhi dei clienti, rispetto ai nostri competitors?

CREATIVITÀ! Il Pensiero creativo è una delle skills che l’Institute for the Future ha individuato come essenziali per il futuro. Sappiamo bene che non possiamo essere tutti dei creativi, che qualcuno nel corso della sua vita sviluppa più di altri il pensiero laterale, e che emisfero destro e sinistro del cervello possono non andare di pari passo.

Ma possedere e usare il pensiero creativo non significa diventare degli artisti, dei geni o dei pazzoidi. Significa semplicemente trovare soluzioni alternative, affrontare il mondo del lavoro in maniera innovativa, risolvere dei problemi ancora prima che si presentino e soprattutto prima degli altri.

Jeff Shore, esperto di vendite, autore e consulente di fama mondiale, in un articolo apparso due settimane fa su entrepreneur.com, fa un esempio molto esplicativo: la vendita anticipata di pacchetti per il proprio funerale. Argomento ostico non trovate? Come riuscire a venderli, dal momento che nella maggior parte dei casi non si vuole nemmeno pensare a cose del genere? Bisogna trovare soluzioni creative. Andare a stuzzicare delle corde nascoste e molto delicate. Chi è in grado di vendere un prodotto del genere avrà sicuramente trovato una strategia di vendita innovativa e vincente! Voi sareste in grado di farlo?

Per potenziare il nostro pensiero creativo dobbiamo innanzitutto ricordarci che tutti hanno questa capacità nascosta, dobbiamo solamente allenarla! E allora, concedetevi delle pause creative e:

– Concentratevi su di un progetto e pensate a tutte le idee che vi vengono in mente sull’argomento, senza un ordine, senza rifletterci troppo, per raccogliere più spunti possibili;

– Scrivete le vostre idee, non lasciatele svanire, non rischiate di dimenticarle, perché potrebbero essere idee vincenti;

– Riflettete su qualcosa che avete imparato di nuovo o che dovreste imparare: potrebbe tornare utile per il vostro progetto. Imparate anche dagli altri: assorbite quello che fanno di buono e miglioratevi;

– Prendetevi il tempo di cui avete bisogno: la fretta non è vostra amica;

– Fate in modo che il vostro spazio di lavoro trasmetta creatività e sia quindi stimolante: l’ambiente circostante influenza il pensiero. Prendetevi anche qualche minuto all’aria aperta, una passeggiata stimolerà la vostra creatività;

– Fate le correzioni in un secondo momento, aspettate a modificare il vostro lavoro.

Come vedete, esercitare il proprio pensiero creativo è un’attività semplice, che non richiede troppo impegno. I benefici che potrete trarre da questi piccoli esercizi possono veramente aiutare le vostre attività. Se iniziate a prendervi delle pause creative e a fare del brainstorming, a riflettere su delle aree di miglioramento, a prendervi il vostro tempo senza fretta e senza badare subito alle correzioni, a sistemare i vostri spazi di lavoro in maniera creativa, vedrete la vostra creatività venire fuori.

Se volete condividere con noi i vostri “esercizi creativi” e volete rimanere aggiornati sulle skills del futuro e sulle nostre iniziative, non perdete di vista i nostri canali social e la nostra newsletter!

COMPUTATIONAL THINKING

PENSIERO COMPUTAZIONALE – Pensare come un PC?

PENSIERO COMPUTAZIONALE – Pensare come un PC?

– Pensiero Computazionale.
– Pensiero e computer.
– Perché, un computer può pensare?
– No, ma gli uomini possono imparare dai computer qualcosa sul pensiero!

Accostando queste due parole si racchiude la sintesi del modo in cui l’uomo moderno deve ormai muoversi: in perfetta sintonia tra abilità umane e tecnologiche, così come le future skills proclamano.

MA: non c’è ancora una definizione universalmente accettata di “pensiero computazionale”.

Nel 2006 Jeannette M. Wing usa il termine “Computational Thinking” per indicare un modello mentale influenzato dall’informatica e volto al problem solving, in cui un ESECUTORE (uomo o macchina) attua delle PROCEDURE sistematiche, in un CONTESTO definito, per raggiungere degli OBIETTIVI specifici.

Se l’informatica è la scienza di ciò che può essere informatizzato e di come informatizzarlo, il pensiero computazionale non è però un’abilità tipica esclusivamente degli informatici. Esso permette di risolvere problemi, disegnare sistemi e comprendere i comportamenti umani nella quotidianità, in maniera alternativa, tramite dei concetti fondamentali dell’informatica.

Alcuni esempi?

Riformulare i problemi, trasformandoli in problemi che sappiamo risolvere, tramite meccanismi di riduzione, trasformazione o simulazione. Pensate al gioco di ruolo. Cosa si fa, in fondo, se non simulare una situazione, per imparare qualcosa che altrimenti non riusciremmo a comprendere altrettanto efficacemente?

Organizzare i dati del problema in maniera logica. Dare un ordine ai dati aiuta ad arrivare alla soluzione, per questo nelle lezioni di matematica si insegna ai bambini ad estrapolare i dati dei problemi e a scriverli in colonna, uno sotto all’altro, per averne una visione lineare.

Riconoscere i vantaggi e gli svantaggi dell’uso di pseudonimi o di assegnare più nomi ad una stessa cosa. Questo potrebbe essere il caso ad esempio dei cosiddetti iperonimi: pensate se non esistesse la parola “albero” ed ogni specie dovesse essere chiamata solo con il suo nome. Forse un agronomo, un giardiniere o uno studioso si troverebbe a proprio agio, ma le persone comuni? Le persone comuni preferiscono chiamarli tutti “alberi”.

Usare l’astrazione e la scomposizione per affrontare un compito impegnativo o per progettare un sistema complesso. Il corpo umano ad esempio è un sistema complesso ed ogni volta che abbiamo un problema il nostro medico non tenta di controllare il corpo nel suo insieme, ma analizza una o specifica parte del corpo: in un certo senso lo scompone e tiene conto solo dei suoi diversi componenti.

Essere consapevoli che non è necessario comprenderne ogni dettaglio per poter fronteggiare un problema complesso. Vi è mai capitato di leggere un libro o vedere un film in lingua straniera? Anche questi sono dei sistemi complessi: non è necessario comprendere ogni singola parola per essere in grado di capire la trama, i personaggi e la successione degli eventi.

Pensare in termini di prevenzione, protezione e riparazione dei peggiori scenari possibili, utilizzando la ridondanza, il contenimento dei danni e la correzione degli errori. Perché quando si crea una nuova automobile si fanno dei crash-test? Per vedere come la macchina reagirà all’incidente, cosa potrebbe succedere ai passeggeri, per andare a migliorare alcuni aspetti del veicolo, aumentarne la sicurezza e prevenire dei possibili danni in caso di incidente.

Ricercare la soluzione migliore, combinando diverse risorse. Un cuoco che crea una nuova ricetta non si accontenta di un piatto mediocre, ma combina tutti gli ingredienti a sua disposizione, fino a trovare il gusto perfetto.

Aprire la possibilità di sfruttare la soluzione ad un problema in una grande gamma di occasioni, tramite la generalizzazione. Applicano questa metodologia tutti i teorici che creano ad esempio un modello, una schematizzazione. Questa solitamente non sarà valida solo in un caso, ma potrà essere rivisitata e riutilizzata in diversi contesti.

Questa modalità di pensiero deve diventare un’attitudine comune e solo quando non ci sarà più bisogno di concettualizzarlo e teorizzarlo potremo finalmente dire che il pensiero computazionale sarà effettivamente ed efficacemente entrato nella nostra quotidianità.

ATTENZIONE!

Sviluppare il pensiero computazionale non significa quindi imparare linguaggi e codici di programmazione di software e hardware, o diventare delle macchine senza personalità o creatività. Vuol dire piuttosto lasciare che dei concetti tipici informatici, di stampo generale, influenzino il modo in cui viviamo, comunichiamo, risolviamo problemi e interagiamo. Pensare programmaticamente. Ricercare l’alternativa. Accettare l’ambiguità.

Se volete approfondire questo e tanti altri temi, rimanete sintonizzati con noi: impareremo a conoscere sempre nuove tematiche. La nostra newsletter e i nostri social vi aspettano!